Recensioni

C’erano una volta gli OutKast. C’era una volta un duo di rapper stravaganti provenienti da Atlanta, in un tempo in cui la città della Georgia non era ancora la capitale del(la) (t)rap e i palcoscenici principali – nonché le pagine dei giornali specializzati e non – erano contesi fra le scuole dell’East e West Coast. C’erano una volta due ATLiens affacciatisi nel mondo del rap con la loro Southernplayalisticadillacmuzik. Due amici, prima che colleghi, estrosi, nati sotto i segni altrettanto estrosi dell’Aquario (Big Boi) e dei Gemelli (André 3000), Aquemini per l’appunto. Bizzarri se paragonati alla seriosità dei rapper della costa est e all’apologia gangsta della sponda opposta, ma non meno letali microfono alla mano. Stankonia li ha consacrati nell’olimpo hip hop, prima che Speakerboxxx/The Love Below li catapultasse addirittura nei piani alti del Pop-con-la-P-maiuscola (recentemente divenuto l’album rap più venduto nella storia con 13 milioni di copie), e Idlewild facesse calare prematuramente il sipario su una carriera tanto breve quanto leggendaria. C’erano una volta gli OutKast e, soprattutto, c’era una volta André 3000, uno dei rapper preferiti dei vostri rapper preferiti. C’era una volta, appunto.
Fast forward di 17 anni ed ecco che, come un fulmine a ciel sereno, arriva la notizia che non sapevamo di aver atteso per tutto questo tempo: André 3000 debutta col suo album solista. Dopo anni di apparizioni centellinate e una vita pubblica all’insegna della riservatezza, ecco che il genio di Atlanta è pronto a regalare ai suoi fan nuova musica. New Blue Sun viene annunciato a ridosso dell’uscita, ed è anticipato da interviste che non fanno altro che alimentare la curiosità. Difficile a dirsi, ma la cosa che sorprende di più non è che questo sia il suo primo album solista, né che esca a quasi 20 anni dall’ultimo album ufficiale in cui il nostro ci ha messo voce e faccia. Non è neanche che, in barba al buonsenso del mercato discografico, New Blue Sun duri o t t a n t a s e t t e minuti. No, la notizia che getta il mondo musicale in confusione è riassumibile nel disclaimer che accompagna l’album: “no bars”. Il titolo del primo brano fuga ogni dubbio: I Swear, I Really Wanted to Make a ‘Rap’ Album but This Is Literally the Way the Wind Blew Me This Time.
Ebbene sì. Si tratta, infatti, di un album che vede l’ex OutKast suonare il flauto, strumento con cui si diletta ormai da diverso tempo e che suona in giro per Los Angeles, sua nuova città, ogni volta che può: in taxi, mentre aspetta che la lavatrice della sua lavanderia a gettoni di fiducia termini il bucato, durante le attese in aeroporto, quando cammina per strada. Questa nuova versione di Mr. Ms. Jackson è addirittura diventata virale – non senza un certo rammarico da parte del diretto interessato – con stuoli di fan-divenuti-paparazzi a caccia del video più improbabile che lo vede suonare il flauto in qualche (non) luogo. L’amore per questo strumento è tanto radicale quanto improbabile per un uomo da sempre associato alle sue abilità liriche. Recentemente ha dichiarato, addirittura, di possedere circa 30/40 flauti, molti dei quali fatti appositamente a mano da Guillermo Martinez, e altri provenienti dai diversi continenti del globo.
Non sappiamo quali e quanti di questi flauti André abbia suonato durante le registrazioni di New Blue Sun, né in che percentuale si tratti di flauti ‘reali’ e di emuli digitali, e probabilmente saperlo non influirebbe poi granché nell’apprezzamento e nel giudizio sull’album. Quel che sappiamo è che André 3000 ha tirato fuori un album che si muove nei territori liminali tra spiritual jazz (!), new age (!!) e ambient (!!!). Un album doppiamente inatteso, dunque; perché annunciato solo pochi giorni prima della pubblicazione, e perché nessuno si sarebbe aspettato un album più vicino a Pharoah Sanders, all’ambient da cartolina botanica giapponese, ai quarti mondi hasselliani, addirittura più vicino a Philip Glass e al minimalismo di scuola americana – ma è pur vero che tra le sue influenze il buon André cita proprio Glass e Steve Reich, oltre al più ‘vicino’ Coltrane – che non a una qualunque delle cose pubblicate finora dal(l’ ex) rapper.
Diciamolo subito, giacché è uno dei temi su cui più si è sviluppato il dibattito intorno a quest’opera: New Blue Sun non è un album rivoluzionario né particolarmente innovativo. Ma basta questo a screditare tutto ciò che André ha da farci ascoltare? Ad archiviarlo solo come un divertissment da ricco annoiato che, tra un rituale di Ayahuasca e un pomeriggio a jammare in studio da Carlos Niño, si è tolto lo sfizio del ‘famolo strano’? A parere di chi scrive, decisamente no. E qui si apre una parentesi che meriterebbe un articolo/libro/panel a parte, ossia quella del valore che il mondo della musica – e delle arti tout court – attribuisce all’innovazione, specie quando si tratta di Artisti dal comprovato ingegno creativo.
Perché sì, nell’arte – in ogni arte – la capacità di spingersi oltre i confini, di spostare un po’ più in su l’asticella, è certamente uno dei parametri di giudizio principali. La storia della musica è fatta di innovazioni, e i nomi che hanno fatto la Storia sono ricordati (giustamente) anche in virtù di quanto hanno saputo plasmare nuovi mondi sonori. Eppure. Eppure sarebbe riduttivo sminuire il lavoro di un artista che, pur senza proferire una sola parola in 87 minuti, ha messo tutto sé stesso in un’opera, facendo ciò che in fondo è alla base del lavoro di ogni artista: creare qualcosa, in questo caso suonare, per il puro gusto, o più precisamente, per l’esigenza, di farlo.
Tanto più che con questa svolta a sinistra André 3000 ha saggiamente evitato di fare la figura tragicomica del cinquantenne che si atteggia da eterno ventenne, il veterano di guerra che non accetta e non è in grado di stare al passo coi tempi (ogni riferimento a Eminem, per dirne uno, non è affatto casuale). D’altro canto, come dice lui stesso, di cosa dovrebbe rappare ora che ha 48 anni? Del risultato della colonscopia? Del fatto che la sua vista stia peggiorando o dei capelli che si ingrigiscono? Avrebbe potuto farlo senza problemi, ma tanto vale mantenere il silenzio di questi quasi vent’anni. New Blue Sun non è il disco del rapper della vecchia guardia che torna a ‘riprendersi tutto quello che è suo’, ma è il disco di una superstar lontana anni luce dal divismo e dalla retorica dell’artista dalla sensibilità superiore (“I don’t feel worse or better than anybody else […] I’m not special. Everybody has a certain kind of magic show”, dice nell’intervista che precede l’album), una superstar che ha parlato a più riprese e con estremo candore delle proprie difficoltà legate alla social anxiety. Umano, troppo umano, avrebbe detto un filosofo tedesco.
Dopo anni passati a suonare il flauto per sé stesso, ha raggiunto il punto in cui l’esigenza di condividere il proprio lavoro si è fatta troppo forte per non essere assecondata. “I would just walk for hours and I’m a walker. I love to walk. So I would just walk and play for hours. I did that for years and it got to a point where, okay, I want to share.” E forse è proprio questo bisogno di condivisione una delle chiavi di lettura per meglio decrittare New Blue Sun. Condivisione con l’ascoltatore, ma anche e soprattutto condivisione nel fare musica con i musicisti che hanno collaborato al progetto. Il centro di gravità è Carlos Niño, batterista e perno di una certa scena losangelina gravitante intorno a jazz e territori limitrofi della tradizione black. È nel suo studio che hanno avuto luogo le improvvisazioni che, editate, hanno portato agli otto brani qui presenti.
New Blue Sun è dunque un album corale, in cui il flauto di André 3000 è tutto fuorché protagonista privilegiato ed autoriferito (e rieccoci con l’antidivismo). I contributi di Niño alle percussioni, Nate Mercereau alla chitarra, delle tastiere di Surya Botofasina e Diego Gaeta, persino dell’elettronica di Matthewdavid, non sono meno essenziali dell’apporto dell’ex OutKast. Ed è già tutto chiaro dai primi minuti della già citata I swear, I Really Wanted To Make A “Rap” Album But This Is Literally The Way The Wind Blew Me This Time con cui si apre l’album: il flauto ci mette tre minuti buoni ad entrare in azione, lasciando spazio e tempo alle tastiere di creare la giusta atmosfera, prima che synth e lievissime percussioni arricchiscano la miscela.
Il fantasma hasselliano emerge in That Night In Hawaii When I Turned Into A Panther And Started Making These Low Register Purring Tones That I Couldn’t Control … Shit Was Wild, il cui drumming soffuso conferisce un andamento meditativo-ritualistico ed evoca immagini di vegetazioni, popoli e animali esotici. Non a caso, come intuibile dal titolo, si tratta di un brano ispirato ad un trip con l’ayahuasca in cui il nostro si è sentito trasformato in una pantera ritrovandosi ad imitarne il verso in una spiaggia hawaiana. L’andamento da quarto mondo hasselliano continua in BuyPoloDisorder’s Daughter Wears A 3000® Button Down Embroidered, guarnita di gentili cascate elettroniche di stampo minimalista che affiorano in superficie e svaniscono giusto quando sembrano imporsi come elemento trainante della composizione.
Pian piano il brano si apre ad una palpabile sinergia tra i musicisti, fino ad assumere toni da sinfonia pastoral-elettronica. Altrove, è il lato più ambient a farsi sentire, come in The Slang Word P(*)ssy Rolls Off The Tongue With Far Better Ease Than The Proper Word Vagina . Do You Agree?, coi suoi arabeschi tracciati dai timbri elettronici del flauto, in una sorta di condensato rarefatto dell’accoppiata Floating Points + Pharoah Sanders; o ancora, l’ambient jazz di Ninety Three ‘Til Infinity And Beyoncé, fino alla deriva new age di Ants To You, Gods To Who? con le sue suggestioni elettroniche da space age pop.
L’episodio che più si discosta dal fronte spiritual-ambient-new age è Gandhi, Dalai Lama, Your Lord & Savior J.C. / Bundy, Jeffrey Dahmer, And John Wayne Gacy, che a suon di ripetizioni di stampo minimalista e intrecci tra piano e flauto arriva a lambire i territori neoclassici di un Max Richter. Il sipario cala, infine, su Dreams Once Buried Beneath The Dungeon Floor Slowly Sprout Into Undying Gardens, brano che forse racchiude in sé le varie anime che colorano questo grande acquerello chiamato New Blue Sun. il fatto che suoni come una possibile chicca perduta di qualche sessione del catalogo Kranky (Pan American ma anche Tim Hecker) di uno qualunque degli ultimi 30 anni non fa che confermare quanto poco possa interessare ad André 3000 di mostrarsi al passo coi tempi, a favore invece di un approccio che, se non apertamente votato ad una certa timelessness, sgorga senz’altro da una necessità interiore di espressione il cui unico metro di riferimento è il proprio feeling.
È vero, aleggia una certa delusione nel terminare l’ascolto senza aver udito alcuna parola proferita – rappata, cantata, parlata, sussurrata, biascicata – da André. Ma se una prima consolazione è fornita dall’ingegnosità dei titoli, che ci ricordano quanto il suo impeto lirico sia tutt’altro che sopito e riesca a rendere la tracklist una poesia dadaista in sé e per sé, un’argomentazione più profonda viene fornita dallo stesso André quando in un’intervista afferma che “one thing I like about flutes, and wooden flutes in particular, is it’s the closest to the human voice out of all the instruments.” Come a dire che la funzione comunicativa della voce non è venuta meno, ma ha semplicemente cambiato forma.
Se volessimo inquadrare New Blue Sun, il processo esistenziale-creativo da cui è nato e, perché no, l’intera carriera di André 3000, entro una cornice narrativa unitaria, potremmo allora parlare dell’ultima mossa di un outsider. Erano outsider gli OutKast nel panorama rap dell’epoca, ATLiens portatori di un nuovo sound e un nuovo immaginario. Anche Hey Ya, presumibilmente il loro brano più famoso, è, in fondo, una mossa da outsider che se ne frega delle ortodossie (e come apprendiamo nella sopracitata intervista, quando Andrè 3000 fece ascoltare Hey Ya in anteprima ad un suo amico stretto, costui predisse, con poca lungimiranza, che pubblicarla sarebbe stato un suicidio artistico). Oggi André è un outsider rispetto al mondo del rap e della fama, rispetto alle aspettative che gravano su uno dei rapper più talentuosi e rispettati dell’intera storia del genere. Non fa ciò che ci si aspetta da lui, fa quello che sente di dover fare. Gli 87 minuti di New Blue Sun sono, dunque, il risultato di un sentire personale e collettivo allo stesso tempo; un sentire tramutato in flusso sonoro improvvisato ed editato solo per esigenze discografiche. Un flusso di vita vissuta tra musicisti uniti dal piacere di suonare senza sapere preventivamente dove la loro alchimia li avrebbe portati.
Noi, per quel che può contare, siamo stati traghettati in un luogo in cui spazio e tempo sembrano collassare sospesi, ineffabili, intangibili ma toccanti, come la migliore musica d’ambiente sa e deve essere. Che il luogo in cui André e i suoi sodali ci hanno traghettato non sia una landa sconosciuta e profeticamente svelata ai fedeli, che si tratti di paesaggi già incontrati in passato, è un inconveniente che in fondo gli si può perdonare, quando il viaggio è risultato così godibile, autentico e sentito.
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