Recensioni

We’ve hit the big time but we still can’t afford a house
James Smith
La citazione è tratta da una recente intervista del leader degli Yard Act al Times, ma potrebbe essere tranquillamente un qualsiasi verso presente in Where’s My Utopia?, il secondo – proverbialmente complicato – album della band di Leeds. La domanda del titolo è naturalmente retorica. È come se ci volessero dire: “con The Overload abbiamo vinto i premi e beccato nomination (Mercury Prize 2022), siamo stati chiamati a suonare nei Talk Show più blasonati in circolazione (Jimmy Fallon), abbiamo scalato le classifiche degli album più venduti in Gran Bretagna… ma non vediamo nessuna terra promessa, nessuna utopia di tranquillità”.
“Why the fuck was I wondering what wankers would think of album two?” canta sempre Smith nella splendida Blackpool Illuminations, un mastodontico spoken word dal minutaggio elevato che fluttua tra l’esotico e lo psichedelico di un Beck e il garage-hop plasticoso di un Jamie T. Laddove, dunque, The Overload proponeva un approccio socio-politico all’Inghilterra post-Brexit, con brani-verità su gap generazionali, disparità economiche e crisi esistenziali, Where’s My Utopia? rivolge l’attenzione all’interno. Smith s’interroga sulle proprie scelte, sull’ansia da prestazione, sul successo, sulla propria vita personale (è recentemente diventato papà). Sembra tutto una favola, ma come mai non riesce a essere felice?
Nonostante i tentativi per divincolarsene, l’etichetta post-punk (via Mark E. Smith, Jarvis Cocker e Damon Albarn) è rimasta attaccata agli Yard Act fin dall’esordio, e i quattro hanno evidentemente fatto di tutto per scrollarsela di dosso. Hanno persino dichiarando di avere “scelto” quel genere perché era il più economico da registrare e suonare dal vivo. La verità è che la “solita formula” è sempre stata stretta ai lads dello Yorkshire e Where’s My Utopia? rappresenta il tentativo di allontanarsene il più possibile. Ma per andare dove?
Una mano gigantesca gli viene offerta da quel Remi Kabaka Jr. che ha aiutato anche i suoi Gorillaz a destreggiarsi fra allentamenti nineties e pop-psych , elettro-funk o house, deviazioni kitsch anni ottanta (tantissimo Talking Heads) e certi rimandi al dance pop. Il disco è quanto di più eclettico ci si potesse immaginare, con una selezione di undici brani che assomigliano più a un mixtape (roba in stile hip hop anni Novanta, appunto) che a un tentativo di riproporre la formula del precedente. Smith e soci dimostrano di avere la giusta ambizione (e un po’ di spavalderia) per proporre un lavoro tra il divertente e il demenziale, l’arguto e l’irriverente, sempre pervaso da un senso decadente di malinconia non banale.
Are we born for nothing if we die alone? Only God can answer, so where’s my telephone?
The Undertow
La prima cosa che salta all’occhio, fin dall’opener An Illusion, è la stratificazione degli arrangiamenti. Rimosso è il senso d’urgenza dell’esordio, rimosse sono le spigolature dei suoni fra garage e punk: qui troviamo invece riff di chitarra blueseggianti, sprazzi di accordi dream pop, pastosi ritratti di dissonanze per un brano che non sfigurerebbe in un disco solista di Damon Albarn. La successiva We Make Hits racchiude l’irruenza allegra degli Streets, le detonazioni malinconiche dei Cake e la creatività di un album come Hot Space dei Queen. Il tutto inglobando il senso complessivo del disco, ovvero quell’idea di quattro amici che vogliono condividere le loro esperienze e le loro abilità di songwrtiting (We just wanna have some fun before we’re sunk), che vengono sempre dopo le cose importanti della vita (“When we were done kissing / We finally formed this band / And we signed to a subsidiary of Universal Inc.”).
In questo caleidoscopio sonoro, i brani sono tutti orientati al movimento, spesso ultra-ritmico. Energia cinetica allo stato puro, anche quando non c’è un ritornello memorabile (Down By The Stream), ma un famelico retrogusto hip hop (troppo scontato citare i Cypress Hill?); o quando il tono si fa decisamente più serioso (The Undertow), incastrato com’è fra una perturbante sezione di archi e una palpitante linea di basso, che sembra presa pari pari da Plastic Beach. Ma i muscoli (un po’ cazzoni) tornano presto a farsi sentire nel singolo di lancio di Where’s My Utopia, quel Dream Job che risponde alle domande etiche e morali sul successo degli Yard Act, con un ritornello disco-pop a metà fra LCD Soundsystem e Franz Ferdinand: “it’s ace, it’s top, it’s boss, it’s class“.
La disco music traviata (Dream Job), l’r’n’b (A Vineyard for the North) lo swing-jazz ridimensionato (Blackpool Illumination), l’hip hop (Down By The Stream) e tutte le altre piastrine luccicanti di Where’s My Utopia? ci suggeriscono qualcosa. Smith è attento ai particolari della società e della propria vita e sciorina con orgoglio le sue insicurezze, le paranoie di guidare una barca più instabile di quanto pensava. Così in Petroleum, fra i brani più cupi del disco, Smith si propone come il loser di Beckiana memoria, sbeffeggiando nel video l’estetica pelle e borchie di un George Michael anni Novanta, salvo poi (in When the Laughter Stops) articolare la fragilità della vita mettendo in comunicazione gli Human League e la profondità di Shakespeare (citato in un cameo vocale di David Thewlis), con un contributo di Katy J Pearson nel ritornello.
Ma tutti questi lustrini, questi balletti (vedi la serialità esilarante dei quattro videoclip pubblicati) – che ricordano pericolosamente quelli replicabili su TikTok – ci mettono anche in guardia rispetto al prosieguo del quartetto di Leeds. Dove vogliono arrivare? Qual è la loro dimensione? Lungi da noi volerli ingabbiare in un genere o direzionare verso una meta, ma è indubbio che i quattro si trovino nella scomoda posizione di chi abbia voglia di classifiche, ma allo stesso tempo non voglia rinunciare alla propria indole. È chiaro che Where’s My Utopia? ci lascia con più domande che risposte. Il che, ça va sans dire, non è necessariamente un male.
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