Recensioni

Come si fa a distinguere l’eccellenza? Nell’epoca in cui Spotify appiattisce gli ascolti di tutti, come si riconosce cosa merita particolare attenzione e cosa no? E nel momento in cui anche il post-rock finisce nel frullatore del mainstream, fra David Bowie e Talking Heads, Nirvana e R.E.M., come se tutto fosse sinonimo di tutto e di niente, come ci accorgiamo che qualcosa ha davvero spessore?
In un Paese, il Regno Unito, piombato nel caos del populismo conservatore, nella faciloneria dei discorsi da pub, nelle scorciatoie semplici e confusionarie come la Brexit, non deve certo meravigliare la repentina insorgenza di band che hanno fatto del (post) punk chitarristico (IDLES, Shame, Dry Cleaning, Goat Girl, ecc.) e dell’electro-rap-punk intellettuale (Sleaford Mods, Kae Tempest, ecc.) il loro megafono, ma il punto, soprattutto davanti a maremoti come questi, rimane lo stesso: saper distinguere ci spicca per originalità, identità, dettagli.
Gli Yard Act appartengono a questa onda lunga di revival pust-punk britannico in cui pare che le band diventino popolari ben prima del disco d’esordio. I quattro ragazzi di Leeds, guidati da un James Smith che si pone come sornione trait d’union fra Mark E. Smith, Jarvis Cocker e Damon Albarn, sono venuti alla ribalta con un Ep e qualche singolo, tanto è bastato per garantirgli copertine su NME e tour sold out (in epoca pandemica!) mesi prima del release di questo The Overload. La nostalgia del dance-punk della fine degli anni Settanta, l’ibridazione del brit pop anni Novanta con l’hip hop bianco del decennio successivo, le sperimentazioni art-punk a cavallo fra gli Zero e i Dieci, sono i punti cardinali di una mappa tematica che troppo spesso corre il rischio di trasformarsi in una minestra riscaldata male. I ragazzi dello Yorkshire rientrano, in tutto e per tutto, nelle coordinate appena illustrate, seguendo il fil rouge che parte dagli XTC, passa per i Gang of Four (non a caso pure loro di Leeds) e che, attraversando prima i Blur e poi gli Art Brut, arriva agli Sleaford Mods e tutta la scena descritta prima.
The Overload, però, fagocita queste influenze, inclina leggermente l’asse della “solita formula” verso un sound ben angolato, massiccio, che presenta delle varianti interessanti. Da una parte si erge, impaurito da un barocchissimo horror vacui, uno spoken word magnificante che assomiglia più al brusio di un tipico pub dell’Inghilterra del Nord che alle parole del grande poeta; dall’altra le basi non hanno paura di osare in territori meno familiari, blues, free jazz e world music. James Smith giura che l’ispirazione per fare musica gli sia venuta da un compatriota dello Yorkshire, Alex Turner degli Arctic Monkeys, il cui primo disco, Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not (2006), presenta diversi punti di contatto con The Overload. Come nell’esordio della band di AM, anche qui abbiamo un pugno di istantanee sulla mondana normalità della vita di tutti i giorni, descrizioni minuziose di dettagli all’apparenza insignificanti che si rendono poesia, slogan di un’ingenua semplicità, che potrebbero essere sbiascicati da qualche ubriaco all’uscita di un pub.
I believe life is a really fucking messy thing with no real right answers. I don’t believe in right or wrong; we’re all just fucking about on the spectrum trying to get through it, that’s why you should try and see it from other people’s perspectives because you never know what their story is. [James Smith per NME]
L’opener è un esempio calzante: su un groove punk-funk e la solita vomitata di parole di Smith, il narratore terza persona, con un fortissimo e caratterizzante accento settentrionale, finisce per suggerire di buttare quel “dickhead singer out of the band”. Allo stesso tempo, però, il brano (e tutti i brani del disco) non è solo pura ironia dissacratoria, non è neppure la saccenteria dell’artista intellettuale che guarda la working class dall’alto dei suoi appunti sulla Moleskine di pelle nera…. The Overload parla della necessità, del peso inesorabile di trovare un senso al periodo storico in cui viviamo.
Questo spostamento di prospettiva dall’io/artistico/intellettuale narrante all’immedesimazione nelle vite degli altri è un punto cruciale per comprendere un altro pregio del disco, la sua empatia. È vero, i ritornelli one-liner e le frasi a effetto (“I’m not scared of people who don’t look like me, like you” si recita in Dead Horse) sembrano presi dal repertorio di qualche comico, o al massimo da qualche coro del Leeds United, ma l’elettrocardiogramma del disco è sempre attivo, il cuore è pieno, il sentimento – forse ingenuo – che nelle persone ci sia ancora del buono è senz’altro un topos dell’album.
Fra il Regno Unito post-brexit di Dead Horse e le non tanto velate critiche al liberismo capitalista di Payday (“take the money and treat your husband right”) e Rich (“I have become rich/Through continued reward for skilled labour in the private sector”), c’è un costante afflato verso suoni scomodi, dissonanti eppure cantabili, di certo memorabili. Ci sono le incursioni poli-ritmiche e percussive alla David Byrne di Land of The Blind, le sfumature electro di Witness e Pour Another, che si pongono a metà strada fra i Blur di Music Is My Radar e i Franz Ferdinand della seconda vita (da Tonight in poi); ci sono poi le declinazioni narrative (recitate in uno stile blues che ha qualcosa dei Doors) di Rich e Tall Poppies, quest’ultima concepita come un racconto dettagliatissimo di 6 minuti della normale vita di un amico, il classico buon partito (“he wasn’t perfect but he was one of us”) che viene interrotta da una morte prematura (“we are just trying to get by too”), una sorta di Finnegan’s Wake (o, meglio, di Mattia Pascal) della classe operaia.
Come si distingue l’eccellenza, quindi? Attraverso una formula che pone la speranza al centro della propria narrativa, senza rinunciare all’umorismo, la satira, la genuinità incontaminata dello Yorkshire. Non solo, attraverso un disco a più voci, in cui confluiscono vite reali, dettagli, sogni e prospettive di una generazione intera (Smith è uno splendido trentunenne), gli Yard Act si rendono cantori un po’ alticci dell’atroce realismo della contemporaneità, della filosofia del dubbio. Il tutto, imbastito da un approccio musicale che è vero, non ha l’originalità di certi esordi, ma ha la freschezza e lo stile per farsi ricordare a lungo.
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