Yard Act, foto per la stampa di James Brown (2021)

“Il surreale è l’unica chiave per descrivere il presente”. Intervista agli Yard Act

Dwayne Hoover è un miliardario sui generis che a un certo punto del romanzo di cui è coprotagonista afferma: «È stancante dover ragionare sempre in un universo che non è stato fatto per essere ragionevole». La colazione dei campioni è uno dei tanti libri del «romanziere della controcultura» – come è stato definito dal New York Times – Kurt Vonnegut che sfida le convenzioni e usa l’ironia e il surreale per raccontare la realtà. Non è un caso che la voce degli Yard Act, James Smith, citi proprio questo romanzo come influenza principale per la sua scrittura. In particolare, spiega il trentenne dello Yorkshire: «Il fatto che il lettore venga messo al corrente del finale già nelle prime pagine è avvincente ed è un po’ quello che cerchiamo di fare nei nostri brani».

Il disco d’esordio della band di Leeds uscirà a gennaio. Leggendo il titolo viene subito alla mente un brano dei Talking Heads, e quando chiedo delucidazioni a Smith lui risponde che, pur essendo un grandissimo fan della band di David Byrne, è una coincidenza. The Overload  – che è anche una canzone delle Sugababes, come mi fa notare Smith – è un titolo che rappresenta perfettamente l’album; un sovraccarico di personaggi e situazioni che tra paradosso e ironia descrivono perfettamente il nostro presente. La mia impressione trova la conferma di Smith, che aggiunge: «È come quando sei in aeroporto e vedi le persone che corrono da una parte all’altra. Ognuno ha la sua giornata, alcuni fanno i conti con i propri guai, altri sono felici, altri ancora nostalgici. Viviamo un presente complesso che ha bisogno di essere raccontato in maniera efficace». Gli Yard Act ci riescono perfettamente.

Yard Act, foto per la stampa di James Brown (2021)

I loro brani muovono da una matrice post punk, vivono nell’intreccio di ritmiche meccaniche e riff ossessivi e sono caratterizzati dal cantato di Smith, che osserva il mondo con umorismo pungente e lo descrive con dovizia di particolari grazie allo spoken-word. Basta prendere come esempio Payday, una canzone anti-capitalista che deride il nostro attaccamento al denaro. Il suo ritornello, come spesso capita negli Yard Act, è un loop che potrebbe ripetersi all’infinito, quasi una parodia delle nostre routine quotidiane. «Take the money, take the money, take the money and run!» mette a nudo le nostre ossessioni e la fretta con la quale affrontiamo le nostre giornate. Ecco quindi Vonnegut e il suo romanzo, quello in cui lo scrittore di fantascienza Kilgore Trout è invitato da Hoover a parlare del suo ultimo libro in un festival di letteratura. Non è un caso che lo stesso miliardario sia convinto di essere l’unica persona dotata di libero arbitrio in un mondo di automi programmati per ostacolare i suoi obiettivi.

Mi spiega Smith: «Il surreale è l’unica chiave per descrivere i giorni nostri. C’è più verità nel surreale che negli articoli di cronaca, perché quando realizzi che qualcosa che ti sembra improbabile, o comunque lontano, è in realtà parte integrante del tuo presente, realizzi senza filtri cosa sta succedendo». Come mettere in un testo tutto questo? Innanzitutto, appuntandolo: Smith riempie fogli con frasi isolate o interi scritti e spesso li incastra nello strumentale. Ma nella musica degli Yard Act tutto ha un senso: le ritmiche avvolgenti, le chitarre che sanno essere allo stesso tempo funky e punk, e le melodie che passano dal parlato nevrotico al singalong con naturale disinvoltura.

Yard Act, foto per la stampa di James Brown (2021)

Nel Regno Unito gli Yard Act sono considerati la next big thing; mentre la Bbc li posiziona tra i gruppi che esploderanno nel 2022, il loro tour in terra natia sta facendo registrare un sold out dietro l’altro. Come se non bastasse, Sir Elton John li ha indicati come una delle band emergenti più interessanti. Chiedo quindi a Smith come ha reagito a questo endorsement pesante, e lui con voce ancora incredula prova a organizzare i pensieri: «Sono quelle cose che non penseresti mai. In un primo momento abbiamo sentito molta pressione, ma poi mi è sembrata una sorta di pacca sulla spalla, come se qualcuno ci avesse detto che siamo sulla strada giusta».

Insomma, una bella sensazione che probabilmente ha anche permesso agli Yard Act di affrontare con serenità un periodo di grande esposizione mediatica. Smith mi confessa: «Siamo davvero felici di questo album di debutto. Ci rappresenta senza compromessi, stiamo vivendo questo periodo con tranquillità e siamo eccitati perché siamo liberi di fare qualcosa che la gente non si aspetta. Più che altro, ci sentiamo pronti per l’uscita del disco». Dovremmo esserlo anche noi, ecco perché tocca cominciare subito a mettersi in pari ed entrare nel mondo surreale, impegnato e imprevedibile del quartetto britannico.

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