Recensioni

7.2

Uno dei meme che hanno avuto più successo di recente è il cosiddetto Mr. Incredible Becoming Uncanny. Il meme accoppia un’immagine ‘canonica’ del personaggio del film Pixar Gli Incredibili alla stessa immagine, ma trasformata in un bianco e nero sgranato e minaccioso. Esiste pure una versione in formato .gif in cui il volto, inizialmente sorridente, di Mr Incredibile, subisce una trasformazione dopo l’altra, fino a diventare il fantasma o il cadavere di se stesso. Se dovessi condensare qui l’impressione che si ha dopo l’ascolto di Isoviha, il nuovo album di Vladislav Delay, direi che quest’ultimo lavoro del finlandese sta alle sue prime produzioni così come l’ultimo stadio di Mr Incredibile sta alla sua immagine iniziale. O meglio, potremmo vedere la trasformazione dell’Uncanny Mr Incredibile come il corrispettivo visuale dell’evoluzione sonora del finlandese lungo venti e passa anni passati a sperimentare con musica di difficile definizione ma di fortissima identità. Come a dire che non importa che tipo di musica faccia Delay, la farà (e l’ha sempre fatta) con un tocco personale impossibile da confondere.

Isoviha segna il ritorno del Nostro sulla celebre Planet Mu, e giunge ad un anno di distanza da Fun Is Not A Straight Line, l’album ‘footwork’ pubblicato sotto l’alias Ripatti. Se quest’ultimo era naturalmente affine allo stile e al sound Planet Mu, Isoviha invece ricalca i timbri e gli aspri paesaggi sonori delle sue recenti uscite per Cosmo Rhythmatic, Rakka I e Rakka II. Difatti, le registrazioni risalgono a quattro anni fa e, mentre i due volumi di Rakka erano stati il frutto di un’immersione solitaria nelle inospitali e desolate terre artiche, Isoviha è concepito come la sua ideale controparte urbana, frutto degli stati di stress e ansia legati allo shock del ritorno alla vita caotica della città.

Il risultato è una «audio archeologia che stratifica e giustappone suoni di tutti i giorni dentro intense sculture noise e drone». “Intenso” è l’aggettivo che più di tutti calza a pennello per descrivere un album in cui il finlandese continua ad allontanarsi dalla pulizia digitale, per andare verso un ecosistema sonoro turbolento. Ogni traccia è un mulinello di acqua torbida i cui elementi turbinano e si infrangono gli uni sugli altri in configurazioni che, dalla stessa logica formale di base, assumono contorni di volta in volta diversi. Le tredici tracce che compongono l’album possono essere intese come altrettante sculture sonore ad alto impatto e durata ridotta. Se nei due Rakka c’erano complessivamente solo quattro tracce al di sotto dei 4 minuti, ben nove su tredici non raggiungono neanche i 3 minuti in Isoviha. La scelta di condensare ogni brano in un minutaggio ridotto non fa altro che aumentarne l’impatto. Ogni traccia si scaglia sull’ascoltatore senza mezzi termini, e anche i (pochi) momenti più ariosi e distesi (iS, Isorakas, Isopaska) suonano come un’illusoria tregua fra una tempesta e l’altra.

Il segno distintivo dell’album è la sua texture sonora ruvida e il suo muoversi perlopiù fra scale di grigi, entrambi concetti in qualche modo evocati dalla copertina. In questa chimera troviamo le sincopi footwork, la ruvidezza industrial, le distorsioni noise, il drumming che non lascia tregua del metal, e chi ha tenuto occhi e orecchie puntate all’Africa e al magistrale operato della Nyege Nyege Tapes rintraccerà non pochi rimandi all’ipertrofia ritmica del singeli. L’approccio è più massimalista che mai e all’insegna di un’instabilità perpetua delle tracce. La differenza principale con Rakka I e II sta nella loro struttura monolitica, sia per quanto riguarda la durata che l’architettura interna dei brani, laddove Isoviha è più frammentario, imprevedibile ed ansiogeno – differenza peraltro fedele alle diverse esperienze della natura selvaggia e del caos cittadino. Paradossalmente l’overload sensoriale causato dalla densità degli input sonori finisce con l’annullarne le specificità. Il risultato è una sorta di ambient-drone in negativo, vista in filigrana attraverso le lenti di una rappresentazione simbolica dell’inferno urbano.

Proprio come, una volta abituatisi alla caoticità della vita cittadina, l’orecchio si abitua ai rumori trasformandoli in un continuum percettivo di sottofondo costante, così l’ascolto di Isoviha si esperisce al meglio non nella ricerca delle peculiarità e differenze delle singole tracce, ma abbandonandovisi fino ad essere inghiottiti da questo vortice di materia grigia condensato in poco meno di 40 minuti. Un anno dopo Fun Is Not A Straight Line, di fun è rimasto poco e niente; continua a non vedersi l’ombra di una straight line; e Vladislav Delay continua a cesellare una ricerca musicale che lo conferma tra i grandi artisti di questi tempi.

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