Recensioni

7.3

Fun Is Not A Straight Line. Ha scelto un titolo quasi didascalico Sasu Ripatti per questa sua uscita, la seconda dell’anno dopo Rakka IIDidascalica si rivela, in realtà, soltanto dopo una manciata di ascolti. Perché questo che è un disco già presentato come inserito nel continuum – molte molte virgolette – danzereccio della produzione del nostro, è a tutti gli effetti un divertissement – ancora molte virgolette – che dialoga con il ritmo, i bassi, i sample e, soprattutto, un’immancabile voglia destrutturante.

Ripatti è uno dall’estro creativo dirompente, lo sappiamo: i suoi vari alias ne sono una prova, ognuno contenitore di esperimenti e approcci diversi alla materia sonora. Non sorprende, quindi, questo che è a tuti gli effetti un ritorno alla footwork, materia già bazzicata a inizio anni 10 sempre con lo stesso alias e una serie di EP, Ripatti01/04, che arrivava sull’onda – un po’ tentennante nelle declinazioni da lui proposte – del vero e proprio revival che lo rendeva in quegli anni materia vivissima. 

In questo che è a tutti gli effetti un LP footwork nudo e crudo c’è un Ripatti che ha vissuto un volontario isolamento e una ricerca portata avanti in solitudine e lontano dai centri nevralgici dell’elettronica. In un percorso che spesso è più propizio all’inverso, il produttore finlandese qui dà sfoggio di una sua personalissima versione del genere. Non è un caso allora che in episodi come everyday o 90 dreams il ritmo diventi talmente ossessivo da spingersi addirittura oltre i 160 bpm, caratteristica che insieme alla poliritmia porta fin sull’orlo delle mareggiate di bassi che imperversavano nel dittico Rakka, in un magnetico avvicinarsi che è di due personalità. Anche i campionamenti (ne è pieno zeppo e la sfida per i più nerd può essere avvincente) sono scardinati all’estremo (speedmemories e quei suoi hautologici synth sommersi), lasciando ben poco respiro. Ci pensa l’interludio, wants interlude, che pare messo lì proprio come parziale spazio alla melodia e insieme alla conclusiva girl is hip (deliziosa) è dove ci godiamo maggiormente il paesaggio. 

Già: perché il paesaggio non è altro che quello che in Rakka assumeva i caratteri del sublime (come spaventoso che affascina): qui il nostro ce ne offre una versione a suo modo giocosa, per la varietà di stratificazioni e quel didascalico cercare strade tutt’altro che rettilinee per far muovere i corpi. 

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