Recensioni

Stessa immagine di copertina (cambiano i dettagli come in una vignetta della settimana enigmistica, ma non il soggetto), stesso titolo. Questo Rakka II è in tutto e per tutto il gemello eterozigote del suo predecessore. Poco più di un anno fa usciva Rakka, disco che segnava il ritorno di Sasu Ripatti aka Vladislav Delay dopo uno iato durato cinque anni. Album, quello, che a voltarsi indietro adesso possedeva un nonsoché di premonitore, sull’orlo com’eravamo di uno dei periodi più nefasti della storia recente.
La brutalità del suono modellato da Delay, estratto a forza dalla natura stessa, rispecchiava la violenta ribellione di un pianeta infestato da sette miliardi di bestioline su due gambe intente a soffocarlo. Troppo scontato – forse – tracciare il parallelo con un artista, Ripatti, dall’indole non proprio, aristotelicamente, di animale sociale. Fuggito da una città – Berlino – mai sentita fino in fondo sua e fuggito da una figura – quella del producer/artista/promoter/tutto in uno contemporaneo – decisamente altra da sé, Ripatti si è spogliato letteralmente dei suoi averi (ha venduto tutta la sua strumentazione) e si è fermato. Tornato nella natìa Finlandia, ha ritrovato un rapporto con la propria terra e con la famiglia (“mi pento di non aver scoperto prima quanto fosse bello viaggiare con la mia famiglia”, raccontava in un’intervista) e qui ha riscoperto una parte di sé stesso. Ok, questa è la versione romanzata, ma è un romanzo banale e non è quello che ci interessa. Importante, piuttosto, è sottolineare l’esigenza via via crescente durante questi anni di allontanamento, di tornare a produrre qualcosa di nuovo, scollandosi dai paradigmi e dai pattern che aveva sempre abitato – anche con riconosciuta maestria, va detto. Quello del superare e superarsi, d’altronde, è un suo vecchio pallino: lo chiamava post-jazz, un’elettronica che vuole mimare il jazz (ci riesce? Non ha importanza) e anzi cerca di appropriarsene prima di tutto sotto forma di una attitudine esplorativa.
Rakka (e qui il titolo è somma di entrambi i capitoli) di post-jazz, in termini di improvvisazioni, elucubrazioni o semplice mood ha ben poco. Se come notava Lorenzo Montefinese nella recensione del primo capitolo la sensazione, finiti i tre quarti d’ora di battaglia era quella di essere stati presi a cazzotti sul muso e non aver imparato granché, con questo secondo episodio siamo punto e a capo. Sì: la press release ce lo vende come una versione più “romantica”, a tratti perfino sentimentale (glielo concediamo: Rakas e Ranno arrivano a metà strada in scaletta a sciogliere la tensione in maniera affascinante) del rapporto con gli elementi selvaggi, ma la realtà è ancora una volta una cascata violenta in pieno petto. Piuttosto come un appassionato e abile escursionista (quale è) Delay si cimenta nel costeggiare con maggiore precisione i crepacci sonici e le slavine di droni: torna prepotente l’amore per il basso tellurico (l’opener e primo singolo Rakkn, ma anche Raaha o la hanutologica Rapaa), che diventa esoscheletro importante, anche se non è che un residuato di lontanissime piste da ballo e degli ormai quasi fagocitati Luomo e Uusitalo, moniker che ritornano tra i flutti insieme al primordiale istinto per le percussioni (Raato col suo beat imprevedibile che si trasfigura in un drone ossessivo).
C’è spazio per il glitch, più sporco che mai (Raaa) che lascia trasparire atmosfere da Jan Jelinek incatramato o un Loscil meno pointillista. Ma al di là dei rimandi esterni c’è anche molto del gusto di Delay nel costruire universi sonori che pian piano fagocitano l’ascolto aggiungendo dettagli quasi impercettibili, in un lavoro che mostra se stesso non in controluce, ma in contro-buio. Se dal primo capitolo eravamo rimasti spiazzati per la violenza, qui va riconosciuta la capacità di Ripatti nel guidarci attraverso, senza cancellarne gli estremi mostrando il lato sublime (quel romantico stupore misto al terrore) della natura. Un monito che riguarda tutti.
Rakka II consolida il nuovo suono di Delay (e va per questo ascoltato con la migliore qualità audio possibile). È quindi ancora ambient: un ambient degli estremi, dei limiti umani al confine con una natura ripulita dalla posticcia melodia e dalla radiosa armonia. A differenza del suo predecessore cerca di irreggimentare l’imponenza di questo suono tra armature e pattern leggermente più definiti, lasciando spazio a – rari – momenti di quiete. Ne usciamo ancora frastornati e senza parole. Ma chi parla di fronte a un vulcano che erutta, a un ghiacciaio che si scioglie, a una tempesta?
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