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Nel North Side di Dublino, tra i sobborghi di Ballymun e Glasnevin, c’è una via, Cedarwood Road. Oggi una stradina tranquilla di villette suburbane, ordinaria, come tante. Negli anni Settanta una war zone – o almeno, così l’ha definita chi ci ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza. Campo di battaglia forse non in senso letterale – come avrebbe potuto essere: non era l’Ulster, però i Troubles si facevano sentire anche al Sud… – piuttosto esistenziale, perché è in quella via di case popolari che un gruppo di ragazzi ha deciso, ribellandosi a modo suo alla mentalità del quartiere e anche di tutta un’isola, di formare la spina dorsale della new wave d’Irlanda.

Chi oggi va in pellegrinaggio al numero 10 dove viveva il suo abitante più famoso forse sa, o non sa, che in Cedarwood Road abitavano i suoi amici e compagni di avventure – le colonne di quel Lypton Village da cui sono usciti i due gruppi rock più importanti della Dublino negli anni ’80. Due gruppi che sono sì “l’immagine capovolta uno dell’altro”, ma che prima di prendere strade artistiche opposte come il paradiso dei chierichetti e l’inferno dei neoprimitivi erano uniti dall’appartenenza alla stessa famiglia “alternativa”, quella che i ragazzi si erano scelti e in cui avevano fatto fronte comune contro il sentirsi “in esilio a casa propria” (I’m sick of my own country, sick of it, come scriveva sempre un loro connazionale e concittadino che di Dubliners si intendeva parecchio).

I virgolettati, a parte quello di James Joyce, sono di chi abitava al 10, Paul Hewson, in arte Bono Vox. Ma in Cedarwood Road, al 5, viveva anche la famiglia del suo migliore amico Derek Rowen, alias “Guggi”: numerosissima (dieci fratelli), religiosissima (andavano in chiesa tre volte la domenica), e composta da altri personaggi noti come Peter (oggi fotografo, di cui tutti ricordiamo la faccia sulle copertine di Boy e War) e Trevor detto “Strongman”, tutt’altro che forzuto (era gracile e soffriva d’asma) ma che avrebbe suonato il basso “come un cavernicolo trattenuto fuori dalla sua grotta”. Bisognava andare più in fondo alla via, al 140, per incontrare il ragazzo che insegnò a Bono e a Guggi “cosa significa vivere da artisti e quanto costa farlo nel modo più clamoroso” (parole sempre di Bono dal suo libro Surrender): Fionan Hanvey, alias Gavin Friday. Non vivevano in quella via i fratelli Evans che sarebbero stati un ulteriore legame, uno da una parte, Dave the Edge, e uno dall’altra, Dik, sempre alla chitarra e con stili affini-divergenti esattamente come le due band fatte e finite.

Ma non finisce qui: all’1 abitava Pod, il primo batterista dei Virgin Prunes (cui subentreranno prima Haa Laacka Binttii e poi, più stabilmente, Mary D’Nellon). E nei dintorni soprattutto c’erano i virgin prunes, quelli veri, gli ospiti della vicina casa di cura psichiatrica. La beautyfull people. Già, perché oltre a essersi inventati l’uno per l’altro i soprannomi più bizzarri, i ragazzi del Lypton Village avevano creato un loro gergo surreale. E se i prunes nello slang dublinese sono i tipi più eccentrici, i freak, come racconta Gavin Friday i virgin prunes erano la gente diversa, speciale e un po’ matta, quella che piaceva a loro. «Quando eravamo più giovani, avevamo l’abitudine di chiamare così un certo di tipo di persone. Vedevamo una bellezza vera, semplice, in quelli considerati freaks da tutta quella gente paurosa e ignorante che non sapeva chi fossero davvero e che li bollava come pazzi o anormali… Noi volevamo farceli amici e sapevamo accorgerci che erano belli davvero. I virgin prunes sono la gente vera, la bella gente. Guardano il mondo con gli occhi dei bambini ma sono adulti che, a differenza mia o tua, vivono esattamente per come sono: puri. Queste persone non hanno accesso a un linguaggio articolato, il solo mezzo di comunicazione che hanno è il movimento, l’intensità fisica. Esprimono con il loro corpo le cose che non riescono a dire». Ecco spiegati tanto il nome del gruppo quanto “l’altra forma di bellezza” che dà il titolo a uno dei suoi progetti più ambiziosi.

Agguerriti e iconoclasti quanto gli U2 erano spirituali ed evangelici, i Prunes si fanno notare con una delle formazioni più bizzarre e intense dell’era post-punk originaria – un’epoca che per inciso dell’azzardo, della frenesia sperimentale e dell’eccentricità faceva una propria bandiera. Questo già dalla line-up con tre cantanti – Friday, Guggi e Dave-Id Busaras – ma soprattutto per la musica stravagante e spigolosa e le immaginifiche esibizioni dal vivo. È sul palco che il loro spirito glam-dark “primordiale” prende compiutamente corpo, intensità fisica, e si rivela in tutta la sua carica esplosiva, audace, irriverente, blasfema, con i costumi e i gesti teatrali di Gavin e Guggi e il contrappunto sonoro di uno sperimentalismo urticante da talentuosi seguaci di Public Image Ltd., Pere Ubu e Throbbing Gristle.

Per documentare tutto questo un semplice 33 giri non basta. Ed è così che in barba alla richiesta di un “normale” album da parte di Geoff Travis di Rough Trade – che aveva finanziato Twenty Tens e Moments and Mine, i primi due 45 giri usciti con il marchio della band, la Baby Records – i ragazzi se ne escono con un fantastico progetto multimediale, suddiviso tra tre singoli (7, 10 e 12 pollici), una cassetta live, una performance, un libro e un film. Sette capitoli in tutto: se del libro e del film non si saprà mai nulla, e della performance al Trinity College di Dublino rimarrà solo il riassunto audio della cassetta, i 45 giri pubblicati nel 1981 contengono momenti folgoranti e alcuni veri capolavori.

Si comincia con il 7 pollici, A New Form of Beauty 1. Contiene, strano a dirsi, due “ninne nanne”. Sandpaper Lullabye: esilarante e capziosa come il falsetto di Guggi che non farebbe dormire tranquillo nessun bambino sulla faccia della terra (don’t try this at home…). L’ideale lato B, Sleep/Fantasy Dreams: linea ballerina e ansiogena di basso e trilli sinistri di piano fanno capire già, a chi non afferra subito le parole, che la buonanotte di Dave-Id non porta sogni d’oro. Due piccole gemme, canzonette splendide e perturbanti, ma appunto canzonette in confronto al capodopera Come to Daddy che occupa l’intera prima facciata del 10 pollici, A New Form of Beauty 2. Dieci minuti di genio musicalrumorista, equiparabili in tutto per tutto a una Sister Ray dei Velvet Underground, a una Frankie Teardrop dei Suicide: ferocia distillata, paranoia bruciante, nevrosi a tutto volume, vortici di cacofonia talmente parossistici che al confronto lo scorbutico geniale sound dei PIL di Metal Box appare, anzi è, elegante come la Royal Philarmonic – ed è un complimento, per i Virgin Prunes come per i loro ispiratori.

Ma i Virgin Prunes qui oltre che in dei PIL allo stato brado si calano nei compagni di merende dei Throbbing Gristle; uomini delle caverne, come diceva affettuosamente il loro amico Bono, che avranno messo giù la clava, sì, per imbracciare strumenti musicali – rullante, tom, basso, chitarra – e maneggiarli però come seghe elettriche, presse, martelli demolitori – dell’officina dell’inferno. Come to Daddy incalza e assilla in moto perpetuo con un ritmo tanto elementare e caparbio da trasformarsi in meccanico, i rimbalzi elastici e i rombi di motore del basso, la chitarra che inanella dissonanze su dissonanze e si accanisce in maniera spastica sugli ultimi scampoli rimasti di frasario blues: un riff di chiusura (possiamo chiamarlo assolo?) che stacca da qualunque musicalità per diventare pura trafittura reiterata di nervi acustici già allo spasimo.

Tutto questo grado di maniacalità sonora da un lato come un oracolo predice certo noise-rock americano – da Sonic Youth e Swans a Big Black e Pussy Galore – e dall’altro matcha soprattutto con il monodramma delirante a due voci sceneggiato da Guggi e Friday, storia di abusi e mostruosità domestiche che se fa impressione all’ascolto messa in scena sul palco la fa ancora di più. Allora, Come to Daddy è uno dei capolavori dei Virgin Prunes, forse, azzardiamo, addirittura il capolavoro, immancabile climax dei concerti; sul lato B Sweethome Under White Clouds è un altro grande pezzo e l’unico qui che farà parte, con un altro arrangiamento – fade-out per lo sfondo industriale, fade-in per quello dark –, dell’album migliore dei dublinesi, …If I Die, I Die. Si intravedono già le dinamiche che porteranno alla forma compiuta di quel disco memorabile – ma anche a quella del contemporeaneo e spericolato Heresie. Sad World chiude il dieci pollici ribadendo d’altra parte i legami con una corrente goth (l’ostinato di piano sembra un loop da The Eternal dei Joy Division). Ma l’ispirazione dei Virgin Prunes è troppo idiosincratica e irrequieta per sistemarsi in una casella, che si tratti di dark o di qualunque altra cosa.

Il dodici pollici, A New Form of Beauty 3, è l’ultimo singolo e il più sperimentale: Beast (Seven Bastard Suck) che occupa l’intero lato A è un preludio alle litanie oscure della “Earth Side” di If I Die, I Die; gli altri pezzi che compongono la “suite” The Slow Children sono collage sibillini di nastri, voci al contrario, loop, rumori di vento e altre stramberie – con la variante celtica di Abbágall a farsi notare come brano più curioso di un EP che non concede nulla alla melodia, alla forma-canzone né al minimo rimasuglio di eloquenza rock.

Di rock in senso tradizionale non c’è praticamente nulla nemmeno nei trentasette minuti di Din Glorious, riassunto audio su cassetta (A New Form of Beauty 4) della celebre performance dell’8 novembre 1981 alla Douglas Hide Gallery del Trinity College di Dublino (a cui il programma assegnava il numero 5). Peccato non avere un video e più di tutto non avere assistito di persona all’evento (motivi geografici e soprattutto anagrafici, sapete com’è). In un libro francese sui Virgin Prunes si racconta come Guggi – oggi un affermato pittore e scultore – avesse scavato dei manichini all’altezza del bacino per applicarci delle vagine fatte di carne cruda. Tra le altre installazioni c’erano  un recinto dove un amico della band camminava a quattro zampe ricoperto da una pelle di pecora, e una tavola imbandita di escrementi…

Deve essere stata un’esperienza memorabile, pure a livello olfattivo (le vagine di carne erano state create due giorni prima e lasciate in galleria apposta per preparare bene l’ambiente…). La cassetta ci restituisce soltanto la colonna sonora in cui frammenti di una dozzina di canzoni emergono in un flusso di rumore astratto il cui scopo era di intensificare l’impatto destabilizzante delle installazioni. Missione compiuta, immaginiamo. Il progetto nel concreto finiva qui; la ristampa dell’album 2024 oltre all’accuratezza grafica con cui sono confezionati sia il vinile sia il CD aggiunge una serie di remix cui ha messo mano anche Gavin Friday – che valgono l’ascolto se non altro perché in tema con le sperimentazioni originarie.

A tanti anni di distanza quest’opera labirintica rimane un perfetto e originale ritratto del gruppo che l’ha concepita, fieramente autoprodotta e realizzata in un modo totalmente fuori dall’ordinario. Nelle stampe successive a partire del 1983 i quattro capitoli pubblicati su disco hanno acquistato la forma condensata di un’unica, per così dire, compilation, in doppio o triplo disco a seconda di edizioni e formati, che se non altro ha permesso di economizzare lo sforzo di chi è andato alla ricerca di titoli rari e non proprio facili da trovare. La prima stampa come album nasceva tra l’altro per il mercato italiano: quell’anno i Virgin Prunes si esibivano nel nostro paese in uno storico concerto a Bologna di cui si possono vedere filmati sul web.

In un’epoca, la nostra, in cui anche il post-punk è stato a suo modo canonizzato, santificato, sanificato e standardizzato, le forme enigmatiche e potenti che questa band di pazzi artistoidi dublinesi ha dato al suo concept irredento di bellezza ci raccontano non solo della trasvalutazione musicale assoluta del tempo che fu, ma delle potenzialità primigenie e irriducibili di quel filone, la spinta ad andare oltre e più in là, qualcosa di ancora più attuale e vivo dei suoni che hanno fatto da ispirazione per tanti contemporanei – di ieri, ma direi soprattutto di oggi.

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