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Di tante cose che si possono dire dei Virgin Prunes, l’argomento che forse fa più effetto è la loro prossimità con gli U2. Prossimità proprio fisica, visto che Paul Hewson e Fionan Harvey sono in fondo due amici cresciuti nello stesso quartiere – abitavano a poche case di distanza – prima che tutto il mondo conoscesse l’uno come Bono e l’altro come Gavin Friday (un mondo più piccolo ahinoi, nel caso di Fionan). Ogni appassionato che conosca un minimo di biografia degli U2 avrà senz’altro sentito parlare dei Virgin Prunes, che con Bono e soci condivisero i primissimi vagiti musicali nella Dublino di fine anni Settanta e a loro sono legati, ancora oggi, da fraterna amicizia (fratellanza che peraltro va intesa in senso letterale per quanto riguarda il chitarrista Richard “Dik” Evans, fratello maggiore di David “The Edge”, e che proprio negli U2 ha militato per un brevissimo periodo quando ancora si chiamavano Feedback e poi Hype; e a proposito di fratelli, quello di Guggi e Strongman dei Virgin Prunes, Peter Rowen, oggi un apprezzato fotografo anche se il nome non vi dice niente, lo conoscete tutti di vista: il suo volto di bambino immortalato sulle copertine di Boy e War è di quelle icone che non si dimenticano).

Se le origini sono comuni – l’essere gente di Dublino e l’esperienza del Lypton Village, la stradaiola compagnia di artistoidi da cui entrambi i gruppi provengono – c’è però da dire che i Prunes imboccano fin da subito tutt’altra strada rispetto ai loro più celebri amici-colleghi, una scelta stilistica che non frutterà la fama mondiale ma il rispetto di relativamente pochi – e tuttavia agguerritissimi – cultori. E a mantenere quest’aura di culto esoterico contribuirà il fatto di essersi sempre sottratti alla fregola reunionistico/revivalistica in voga specialmente dall’alba del presente millennio.

Attenzione, però: i VP non sono semplicemente una band musicale, ma una compagnia a tutto tondo che sconfina nel teatro, in un cabaret oltraggioso e anticonformista per cui il pentagramma è solo una delle tante componenti, estensione naturale del bisogno espressivo e dell’attitudine intellettuale che contraddistingue questo lunatico sestetto a tre voci. Quella che propongono sul palco è vera performance art; sono ricercati, cerebrali, arzigogolati; si truccano, si travestono, portano in scena dei personaggi. Ma soprattutto, sono oltraggiosi, insolenti, offensivi. La morale? Bleah. Il perbenismo? Che vada a farsi fottere. Le loro esibizioni si caratterizzano mica per battimani e sing-along, no, ma per lanci di budella di maiale sul pubblico e cose del genere. È il loro modo di sfuggire al moralismo della classe media irlandese, di una società impregnata di quel dogmatismo cattolico che, all’epoca, ancora pervade la maggioranza degli aspetti della vita delle persone («I’m sick of my own country, sick of it», scriveva anni prima un loro celebre connazionale). Il loro “oltraggio” è al pudore, all’ipocrisia, ai benpensanti. Il loro è un carnevale glam, surreale, sardonico, urticante, i cui echi sarà possibile rilevare, molti anni dopo, anche nello ZOO TV degli stessi U2, quando MacPhisto, l’alter ego che Bono porterà sul palco nello spettacolo del 1993, pagherà finalmente crediti all’istrionico amico Gavin Friday e al suo debole per gli eccessi attoriali e cosmetici.

Con ciò non si pensi che l’aspetto musicale sia secondario, anzi la musica è il mastice di quest’oscuro, allucinato e stravagante blob concettuale, un collante di pregevolissima fattura: i VP vantano sì una discografia piuttosto breve (sono giusto due gli album effettivi in studio) ma dal livello eccelso. Manifesto ne è …If I Die, I Die, il loro esordio lungo dato alle stampe nel 1982 e giustamente celebrato con una ricca edizione per il quarantennale – che ha il pregio di renderlo disponibile nuovamente dopo un periodo di non facilissima reperibilità e di sottrarre agli speculatori di Internet chi ancora non ne aveva mai avuto fisicamente una copia tra le mani… Il debutto su LP di Gavin, Dik e Guggi – che faceva seguito alle quattro parti edite (due singoli, un EP e una cassetta dal vivo) di A New Form of Beauty, il progetto multimediale rimasto in parte incompiuto – è un gioiellino dark-wave e uno dei punti più alti dell’epopea post-punk, un disco pensato più o meno nei giorni in cui The Edge, al chiuso della sua cameretta, inventa il leggendario giro di chitarra di Sunday, Bloody Sunday, e registrato negli stessi mitici Windmill Lane Studios dove proprio i loro compagni di scorribande adolescenziali che con War scaleranno le classifiche sono ormai di casa.

A caratterizzare il lavoro è anche la “mano invisibile” che fa da guida, non quella economica di cui parlava nel Settecento Adam Smith ma quella assai meno prosaica di Colin Newman che aiuta a plasmare il progetto e a incanalarlo a tratti in una direzione più masticabile per quanto di fondo sghemba e avanguardistica, inquadrando i furori caustici e art-punk dei ribelli del Lypton Village dal proprio punto di vista. Certo, l’inclinazione turpe e ingiuriosa della formazione dublinese, a cui si dà più libero sfogo nel quasi contemporaneo Heresie, è ostica da maneggiare. Ma alla fine viene fuori un accettabilissimo compromesso tra rock gotico – con agganci a Bauhaus, Siouxie & The Banshees, Tuxedomoon, e Killing Joke – e sonorità ai limiti della dance, arcani echi folk e improvvise aperture pop. A introdurlo sono le torve atmosfere di Ulakanakulot che sfociano subito in Decline And Fall, quello che sarebbe l’ideale tema portante di un horror targato Lucio Fulci. Ai tetri rintocchi del basso di Strongman fa da contraltare, in lontananza, il sinistro echeggiare di un clarinetto, e dopo un paio di versi cantati con circospezione, la voce di Friday si erge agghiacciante, con rimandi all’infernale timbro di Ozzy Osbourne, andando a completare il già ricco panorama sonoro.

Il mood riprende l’immagine inquietante dei membri del gruppo: i VP sono dei reietti, dei disturbati, prodotti difettosi di una società subumana, riflussi di nevrosi urbane, teppisti metropolitani che fanno paura solo a vederli. Ma in loro ribollono urgenza e creatività, all’interno delle quali si fondono dadaismo, assurdo beckettiano, piglio acuto dei Monty Python, afflato bohemién e ritualismo pagano. Decadenti è aggettivo fin troppo solare nella fattispecie, ma anche radicali ed estremi sono termini fin troppo moderati se associati ai VP. Il compromesso è bandito: o ci prendete così – sembrano dire – oppure andate a morire ammazzati. Nella primissima parte dell’album, la forma canzone appare completamente destrutturata, i pezzi sono caratterizzati da un forte sperimentalismo e rimangono costantemente sospesi in uno stadio intermedio di tensione come accade in Sweethome Under White Clouds, dove la scena se la prendono Gavin e Guggi con le loro chiamate a correo in forma di urla lancinanti da falchi pronti a fiondarsi sulla preda e stritolarla – il tutto reso ancora più penetrante dalla spigolosa chitarra di Dik, che ripete ossessivamente le stesse due note per tutta la durata del pezzo.

Solo con Bau-Dachöng si torna nei ranghi consoni e familiari della new wave più classica e l’accostamento coi Joy Division è tutt’altro che peregrino. Ma come si diceva, l’impronta di Newman c’è e lo dimostra il fatto che l’oscurità dell’impalcato è a tratti rischiarata (per così dire) da toni tendenti all’industrial-dance – approccio che sarà caratterizzante del nuovo corso Wire post-(prima)reunion – oppure direttamente alla club culture come in Baby Turns Blue, dove la masnada di malandrini trifogliati si spinge in territori che saranno battuti dai New Order (la parte di batteria è del resto molto simile a quella di Blue Monday, brano che sarà pubblicato l’anno successivo). Più rassicurante è di nuovo Ballad Of The Man (qui vedasi i futuri Wire di A Bell Is a Cup… Until It Is Struck), con i cori femminili e, soprattutto, il piano a ingentilire il ritornello. Walls Of Jericho è invece una solenne galoppata combat-rock che ricorda gli U2 di October (With A Shout, in particolare) e anticipa il picco dell’album, Caucasian Walk, ossessiva taranta folkeggiante dai sapori slavi sorretta da una sezione ritmica forsennata e da un martellante giro di chitarra ripetuto vorticosamente dall’inizio alla fine: ultimo sprazzo di vita (si fa sempre per dire) prima che la conclusiva Theme For Thought chiuda il lotto esattamente nella stessa maniera in cui si era aperto, ovvero con l’ennesimo sacrificio di sangue agli dèi della notte.

Tempo qualche anno e un altro disco in studio (The Moon Looked Down and Laughed, 1986), poi i VP scompariranno dalle scene e finirà così, senza clamori, la carriera di uno dei gruppi più sottovalutati della storia del rock, ma forse proprio per questo più affascinanti. Oggi li ricordiamo con un disco intitolato alla morte e, se vogliamo, proprio per questo ancora più straniante in una società odierna che il concetto di morte – la pandemia insegna – fa di tutto per espellerlo dal proprio orizzonte, quando invece è parte della vita stessa. Se muoio, muoio, e buonanotte.

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