Recensioni

7.0

Tra le divaricazioni che si stanno aprendo in questi anni, una riguarda il modo di vivere coi propri fantasmi. Per quanto riguarda ad esempio la musica, ovvero il fare musica, alcuni portano avanti un gioco che prevede una complicità piuttosto scoperta, un riutilizzo di forme e temi che indicano nella consapevolezza della loro obsolescenza il motivo principale del loro esserci comunque in quanto canzone, disco, musica (appunto). Non si tratta tanto di abbandonarsi al flusso ancora vigoroso (e sempre più ampio, così ampio da non meritare più di essere evidenziato) della retromania, quanto di circoscrivere una bolla di segni in grado di gettare un ponte assieme culturale ed emotivo con l’ascoltatore, di stabilire cioè un differenziale semantico – rispetto ai modi dominanti nel mainstream – già di per sé significativo. E in questa zona franca (es)temporanea, quindi, dare luogo a quel piccolo miracolo convenzionale che siamo soliti chiamare canzoni, il cui senso è dato anche e proprio dal fatto di essere abitate da fantasmi che solo lì possono pienamente manifestarsi.

Questo preambolo è per dire che, sì, Umberto Palazzo lo ha fatto di nuovo. Dopo avere sfogliato l’album di polaroid nel carosello languido e struggente di L’Eden dei lunatici, torna dopo due anni – un’attesa sorprendentemente breve visti i ritmi discografici a cui ci aveva abituati – con questo Belvedere orientale, otto canzoni che mettono a bagno nell’amato Adriatico l’amore per il soul, per la disco-funk, per un certo cantautorato pop impiastricciato di umori periferici. Il tutto maneggiando la nostalgia con la consapevolezza languida che, certo, chiamala pure nostalgia, così la facciamo breve. Ma ovviamente non è solo nostalgia.

Queste otto canzoni scavano tunnel nelle sabbie tiepide del passato (un passato che non si è dissolto ma casomai depositato), cunicoli che sbucano in luoghi irrisolti dell’anima, irrisolti rispetto a un presente che non sa dare risposte a quei vecchi interrogativi che avevamo scambiato per promesse o enigmi secondo il caso, forse perché nell’imperativo categorico del tutto condividere – accartocciando spazi e tempi come un sacchetto di patatine vuoto – abbiamo finito per scordare il peso specifico delle domande (o il gusto, la necessità, di porsele). 

La scaletta si apre, direi significativamente, con San Junipero, una specie di calipso sonnecchiante che rimanda all’after life digitale raccontato nell’omonimo, magnifico (e angosciante) episodio di Black Mirror: “il cielo è sempre terso, l’aria è sempre fina”, canta con morbidezza sonnambula Palazzo, aggiungendo un “nessun dolore” che omaggia ovviamente Battisti ma, come dire, per contrasto, quasi ne volesse incarnare il riflesso residuale, esausto e snervato. 

Un aspetto è fin da subito evidente: gli elementi sonori sono disposti nello spazio con una strana, palpitante rigidità: la drum machine e il fraseggio di chitarra, il basso allusivo e circospetto, la voce ovviamente, e quel sax (di Piero Delle Monache) imbambolato in un riff pastello, sembrano obbedire a un ruolo, sembrano le tessere di un mosaico, ingredienti di una visione ricostruita da una memoria in bilico tra cerebrale e digitale. Palazzo sembra dirci che stiamo ascoltando una cosa viva però anche non-viva, oppure non-viva però anche (ancora) viva, e che ciò vale anche per noi che ascoltiamo, ovvero per l’atto stesso di ascoltare, in un presente le cui regole stanno rendendo la nostra vita emotiva un obitorio di emozioni.

Stabilita questa prospettiva, il soul-disco di Radio Radio è una carrellata di citazioni pescate dal serbatoio mnemonico di un ragazzo cresciuto tra le onde radiofoniche libere dei 70s e 80s, il testo costruito come un mosaico a base di Finardi, Vasco, Dalla, Venditti, Fossati, De André, De Gregori, Vecchioni, Ivan Graziani eccetera, che da vicino è un caleidoscopio e se allontani lo sguardo diventa uno scenario sia storico che mitologico, quello in cui una stazione radio manovrava né più né meno la cloche dell’immaginario. La domanda nascosta (neanche troppo) tra le righe è: l’epoca in cui “il vento nucleare stanotte non soffierà” perché “così parlò il DJ”, era davvero più ingenua o fallace del balletto tra verità e post-verità contemporaneo, a cui siamo ormai del tutto assuefatti?         

Insomma, nel suo essere un album di semplici canzoni – dal senso melodico arioso, dalla leggerezza asprigna, dall’impronta stilistica inconsueta eppure calda, familiare – ci riserva in filigrana qualche domanda abbastanza scomoda (siano benedette, le domande scomode). Lo fa meglio, a mio avviso, nella prima parte – pardon: nel lato A – dove Paolo, Ivo e Angelo è una ballata malinconica che apre l’otturatore su tre scene di gioventù marginale, quasi pasoliniana, i versi come pennellate asciutte a dissimulare una pietas che si colloca agli antipodi del sensazionalismo cinico contemporaneo, mentre Qui procede con passo quasi beatlesiano – non lontano dalla calligrafia di un Amerigo Verardi – lungo una carrellata di ricordi d’infanzia, srotolati come se fossero il codice in grado di scardinare il sarcofago in cui soffochiamo un po’ per volta, giorno dopo giorno, in questo presente che è – appunto – il nostro “qui”.       

Venendo al lato B, le cartoline a base di soul fragrante (Melodramma, Lucertola nel sole) e spezie latine (Incontri ravvicinati del terzo tipo) sono appunto (solo?) quadretti di costume di ascendenza Enzo Carella, dall’aspetto defatigante o persino interlocutorio, che aggiungono indizi a un quadro in realtà complesso, sotto la cui patina accomodante si nascondono storie di deviazioni quotidiane, di innocenti perversioni e infatuazioni senza salvagente, che – è questo il punto – probabilmente le canzoni contemporanee non sono più in grado di raccontare, non con questa franchezza, almeno. 

Vale anche e soprattutto per la storia dell’outsider narrata da Il Re della Collina, forse uno degli inevitabili scemi del villaggio (i quali, rispetto agli scemi del villaggio globale, avevano almeno il merito di essere delle eccezioni), oppure un individuo che mentre “guarda da lontano le belle vele nel mare” riesce a sintonizzarsi con quella realtà che sfugge ai più, ma è una realtà che c’è, esiste, fa parte di un equilibrio che sta in piedi anche per le anomalie che contiene, o che conteneva, di cui comunque questo folk-soul denso e onirico restituisce la sensazione tattile, il brivido immobile di certi pomeriggi contemplativi.  

Umberto Palazzo conferma di aver ritrovato motivazione, ispirazione e una formula per ravvivare inquietudini e malìe che avevamo dato per archiviate troppo presto. E che invece stavano lì, dietro alla cortina fumogena del tutto standardizzato e pianificato. Sedimentate, sedate. Ma presenti e vive.   

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