Recensioni

Dal rebetico al robotico, verrebbe da scrivere innanzitutto di questo lavoro dei Santo Niente – il quarto in quasi venti anni- per sottolineare quanto la band rappresenti una prosecuzione del percorso del suo leader con altri mezzi. Non ce ne vorranno i tre compagni di viaggio (nel frattempo tutti cambiati), ma sosteniamo con convinzione che la band altro non sia che la proiezione rock della peraltro mutevole attitudine musicale di Umberto Palazzo. Il quale dai tempi de Il fiore dell’agave – otto anni fa – ha esercitato intensamente l’attività di DJ, si è concesso scorribande desertiche come El Santo Nada, si è aggirato nello spleen balcanico in solitario con Canzoni della notte e della controra.
Un’attitudine a scavalcare gli steccati che oggi piega la barra del Santo Niente verso un rock ibridato di elettronica, minaccioso e beffardo, allusivo e cupo, sensuale e cinico, sorretto soprattutto da una forte convinzione nei propri mezzi e possibilità, che lo porta ad eleggersi cronista autorevole ancorché scomodo e per nulla retorico della frana socioculturale in atto. Tipo quando in Maria Callas – non un omaggio alla divina soprano ma lo struggente dramma di un travestito – azzecca la giusta misura tra asprezza e compassione, disimpegnandosi in una bella mistura di ugge folk-psych, languori french e palpitazioni sintetiche. O come quando nella incalzante Le ragazze italiane ti racconta il collasso dell’innocenza senza salire su nessun pulpito, pura a-moralità in sella ad un riff ossessivo e svalvolate acide (notevole il sax elettrico di Sergio Pomante) da nipotini disincantati di zio Iggy Pop. E’ questo l’unico pezzo che Palazzo interpreta cantando, altrove difatti predilige un reading che rimanda ai trascorsi Massimo Volume (band di cui – vale la pena ricordare – è stato tra i fondatori) sfiorando altresì il mood di certi quadretti paradigmatici Offlaga Disco Pax.
Soltanto sei le tracce in programma che comunque assicurano i canonici quaranta minuti di durata, cui contribuisce soprattutto Primo sangue, cavalcata che si avvia asciutta e basale prima di inforcare una pulsazione androide squarciata da strepiti radenti, pennellate noise e una sconcertante digressione balcanica, più o meno la raffigurazione sonora del racconto di ordinaria scelleratezza ivi narrato. Questi forse i momenti più preziosi, senza nulla togliere all’iniziale Cristo nel cemento che è invettiva ingrugnita dal piglio hardcore-blues narcotizzato (rivolta senza tanti giri di parole all’America che divora vite, speranze, cultura), alla sordida Un certo tipo di problema col suo riesumare soluzioni anni Novanta tra uno sfarfallare di pentatoniche e sfrigolii asprigni come certe ballate acide CSI, mentre Sabato Simon Rodia chiude la scaletta (e i conti col moloch statunitense) sciorinando una insidiosa trama post, plumbea e arty (trovate sintetiche, la zufolata di flauto…), inquietante e stranamente sorniona.
L’impressione è che il disco abbia centrato gli obiettivi prefissati con la sobrietà delle idee chiare e una cruda, tenace ispirazione. Disco riuscito, in altre parole, perché sostenuto da una ragguardevole intelligenza di sé.
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