Recensioni

7.2

Da quando si è chiusa la vicenda dei Santo Niente, di Umberto Palazzo non si sono affatto perse le tracce. Però quel Palazzo – esponente di un rock ad alta intensità elettrica e lirica, erede tanto del cantautorato quanto delle evoluzioni punk e post-punk – sembra essersi volutamente consegnato agli archivi, lasciando campo libero all’attività di direttore artistico e DJ per serate onnivore. Come musicista però non ha appeso penna e strumenti al chiodo: capita infatti che, imprevedibilmente, si impegni in progetti saltuari e ben delimitati, lavori che non esiterei a definire tematici o, se preferite, frutto di vere e proprie ossessioni.

Accadde già con la fregola spaghetti western del periodo El Santo Nada, ma ancor più con l’ottimo esordio solista di Canzoni della notte e della controra, col quale tra le altre cose anticipava di qualche mese le escursioni nel rebetico di Vinicio Capossela in Rebetiko Gymnastas. In mancanza di altri lavori, negli anni successivi mi è capitato di ripensare a quel debutto come a un esercizio di stile unito a un rilevante trabocco d’ispirazione, ma col nuovo L’Eden dei lunatici mi viene da mettere le cose in una prospettiva diversa. Palazzo sembra essersi svincolato dal concetto di disco come “pulsazione espressiva” di un musicista, ma non dal disco come occasione, dal disco come momento di coincidenza irripetibile tra coordinate artistiche e intuizione.

Mettiamola così: questa nuova raccolta di inediti è figlia del momento, di questi mesi vissuti all’insegna di una sconcertante discontinuità rispetto a tutto quello che conoscevamo, che ci aspettavamo. Situazione a cui Palazzo ha reagito tracciando un perimetro denso attorno a un sentimento nostalgico che un po’ lo salva e un po’ lo confonde, ma in ogni caso lo definisce – come dire – per sottrazione, in virtù di quel “non essere più” che continua a girare dentro di lui come dentro a ognuno di noi, suggerendo per contrappasso un “essere ancora”.

Possiamo parlare a tutti gli effetti di un concept, di un viaggio da fermi, di un carosello di miraggi suscitati da una quarantena passata a sfogliare album di vecchie fotografie della riviera adriatica meno chiassosa, quella abruzzese dei Seventies, in cui Palazzo è appunto cresciuto. La scelta dello stile è consequenziale: funky soul contagiato latin e disco, mollezze di synth ma anche il ricorso naturale alla chitarra per ovvia discendenza dall’immaginario rock all’epoca imperante. Ne esce un carosello di congetture pop dolciastre, strutturate attorno a riferimenti piuttosto riconoscibili, su tutti Enzo Carella, ma non mancano appigli con Lucio Battisti (si ascolti la title track, atmosfericamente incline al passo dinoccolato di Ancora tu, oppure il funk capriccioso di Neanche un minuto di “non amore” sublimato ne La Baia) e con il di lui sodale Ivan Graziani (non fosse che per il tocco sanguigno, rurale e ironico, come nella maliziosa Rita qualcosa).

Se l’operazione funziona è proprio per il gioco sottile che si rivela un attimo prima di nascondersi, a partire dal canto che sembra fare il verso a un certo piacionismo da balera ma senza mai smettere di fare i conti con un malanimo agrodolce, dosando finzione e genuinità come se fosse il modo migliore per spremere emozioni crude da quei manufatti artificiosi che sono le canzoni. In tutto ciò, l’estate assume l’estensione e la densità di un luogo dell’anima, quello dove la opening track Il moscone ha il compito di trasportarci: a partire da un presente sospeso, è un latin-soul che prende il largo tra riff sornioni di chitarra e un languore da deriva, dividendo il pattino rubato con la signora Giulia, una che «neanche a lei piace il lockdown».

Il resto del programma smista miraggi e ricordi, ebbrezze frizzantine come cartoline profumate (La riviera), situazioni circospette tra morbosità e disincanto (il funk rappreso e acidulo di Incontri misteriosi), quadretti pastello di poesia minima vacanziera (la già citata La Baia), insomma tutto uno stropicciarsi l’anima con leggerezza e senza fare troppo caso al peso specifico che però trova il modo, inevitabilmente, di pesare. Infatti lo fa e chiaramente nelle due ballate che vedono l’aspetto ludico e quello biografico collassare uno sull’altro, esponendo pezzi d’anima e cuore. Entrambe sono una sorta di omaggio al mare: L’unica ricchezza, con il suo aggirarsi ovattato tra infanzia e adolescenza in un reticolo di incantesimi minimi («l’unica ricchezza che uno ha / quando è un ragazzo povero del sud / se sogna a occhi aperti / lui sogna il mare»), e il commiato struggente di Mare di notte, che asciuga le forme affidandole a due chitarre e una voce, l’incedere assorto un po’ Dalla e un pizzico Fossati («chi è cresciuto al mare è mezzo umano e mezzo pesce / non sarà mai uomo di città») col pensiero in bilico tra tutto ciò che si è per sempre e quello che non si ha (non si è) più.

L’Eden dei lunatici non è solo un bel disco: con la sua vena autarchica e consapevole, con la contiguità tra forma, senso e sostanza, dimostra che a un album di canzoni occorre innanzitutto qualcosa di forte – di forte davvero – attorno a cui girare. Una visione. Una ferita. Una – perché no? – ossessione.

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