Recensioni

Umberto Palazzo torna a sbandierare il vessillo dei Santo Niente. Lo fa reinventando la band, che dallo scorso anno vede tre nomi nuovi ad armeggiare chitarra, basso e batteria. Si sposta lo spettro sonoro, si prosciuga e si addensa, si arrota e spampana. Si riduce allo stato di bruciante possibilità. E’ un rock grezzo, flagrante, acidulo. Una lama lasciata arrugginire nella metamfetamina. La coesione, la carica, la mancanza di riguardo sono invece le stesse di sempre. Da come suonano, li diresti rodati da anni di palchi, polvere e asfalto. E’ un bel giudicare, perché le undici tracce in programma sono state incise con la tecnica del live in studio, come garantisce e certifica la produzione di Fabio Magistrali, questo sempre più credibile Steve Albini dell’indie italico – e non vi sembri paragone irriguardoso.
L’ascolto è un’esperienza simile a svegliarsi senza adeguati motivi, a quella rabbia che non trova sfogo e ti marcisce in un angolo, al vento che ti sputa sabbia e miasmi sul volto. Il carburante della poetica Santo Niente è un cinismo accorato, è una passione disillusa, è spiritualità incatenata al suolo. Proprio come il fiore del titolo, sboccia splendido sul proprio destino di morte, fa coincidere bellezza e atrocità, rinascita e fine. Un rosario d’ossimori che s’incendia nell’attrito dell’urgenza a bassa fedeltà. Bassa fedeltà esistenziale prima che estetica, che reclama angoli scabri tra strutture essenziali, che sfrigola intrecciando inserti elettronici e campioni, che s’anima della luce scura di organi rari. La cifra sonora abbozza una scenografia tipicamente urbana e tipicamente desolata, trafitta da un disincanto amaro, da uno spleen brusco che sgomita per la sete di visioni che significhino un’esistenza meno insulsa. Non stupisce quindi che sotto la pelle scorbutica di queste canzoni si nasconda (si riveli) una polpa calda, fremente, appassionata. Come sotto le allucinazioni desertiche di Spirituale, o attraverso la filigrana di gracidii sintetici e inquietudini radenti organo-chitarra di Nuove cicatrici. Per non dire di quell’oggetto psichico bieco e fascinoso posto in chiusura di programma, il titolo – Aloha – che ammicca l’esotismo di un calypso inesploso, scostante come un raga disinnescato, imbevuto di corde calligrafiche e fosche emulsioni d’organo.
Persino quando innesca brusche accelerazioni punk/power-pop (l’energia scellerata Husker Du, i rigurgiti Fugazi, la tensione nostalgica dei più vispi Pearl Jam in Facce di nylon e Le superscimmie) ci puoi scorgere sagome di malinconia rabbiosa, d’irrequietezza affilata. Così come nella preghiera cupa di Prima della caduta, flanger e percussioni tribali, esplosioni di watt e declami CSI. Voglio dire, da premesse tanto brusche sboccia un lavoro anche prezioso, capace di ballate malferme e liquefatte (Candele), di processioni laconiche e marziali come dei Joy Division intossicati aussie rock (Luna viola e Santuario), persino di un desertango tra immagini arse e sparse quasi fosse un Fossati sognato da Ferretti nel deserto Mojave (L’attesa). Prezioso e intenso, come il dissidio sordo di Occhiali scuri al mattino, il groove quasi glam perturbato da feedback sclerotici, la sottrazione energetica dell’inciso, quell’impasto instabile di rassegnazione e disgusto che anima la cruda concisione del ritornello: gran bel pezzo.
Questo diamante splendidamente grezzo è, per quel che mi riguarda, un ulteriore segnale di quanto il rock italiano sia pronto a parlare con naturalezza il linguaggio del rock, maturo quindi per significare ad ogni livello, disposto ai carichi pesanti come alle minutaglie emotive. Oltre che un’opera emozionante tout-court.
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