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È lo splendido Teatro del Pavone, teatro del XVIII secolo nella centralissima piazza della Repubblica di Perugia, ad accogliere l’inizio dell’anno col botto per i concerti con l’unica data italiana dei chicagoani (almeno in origine dato che ormai i membri vivono dispersi tra la windy town, Portland e Los Angeles) Tortoise, forse la band che più di tutte altre ha rappresentato e codificato un certo tipo di post-rock. Il live è organizzato da Degustazioni Musicali e si colloca all’interno di una rassegna chiamata In Itinere che ne celebra il decennale e che ha visto e vedrà in un cartellone diffuso per tutta l’Umbria, tra gli altri, Jon Spencer, Sanam, David Grubbs, Steve Gunn, Oneida e molti altri ancora, spesso in luoghi e location particolari e suggestivi, come appunto il Teatro perugino.

Alle 19:30 i cinque, in realtà quattro della formazione storica data la defezione di Jeff Parker sostituito dal chitarrista James Elkington, salgono sul palco: qualche chilo in più e qualche capello in meno non sono sinonimo di stanchezza o mestiere e pertanto non inficiano affatto quella formula che unisce in maniera ardita eppure sempre precisa e attenta precisione metronomica e libertà espressiva, impostazione jazz e evanescenze rock, approccio accademico e devianze free.

In una scaletta ovviamente incentrata sull’ultimo Touch ma che pesca dai dischi più lontani cronologicamente come TNT o Millions Now Living Will Never Die, e col consueto tourbillon dei polistrumentisti (l’unico in pratica a rimanere al suo strumento d’ordinanza è l’ultimo arrivato Elkington) pronti a scambiarsi di posto, la musica dei Tortoise si è centrifugata ed espansa lungo tutto il teatro mostrando come le componenti, sonore come umane, siano più che amalgamate e che la condivisione di una certa idea di musica possa materializzarsi di volta in volta, per sottrazione o accumulo, in forme diverse, anche quando i pezzi sono quelli storici come Glass Museum, I Set My Face To The Hillside o In Sarah, Mencken, Christ and Beethoven There Were Women and Men.

Tra umori cinematografici e paesaggi sonori quasi morriconiani, accenni di bossanova dal terzo millennio, synth corposi e rumorismi astratti, xilofoni che si fanno poliritmici e visionari come un gamelan fanciullesco, batterie che viaggiano all’unisono o in complementarietà e davvero tantissimo altro ancora, la musica dei Tortoise si mostra per quello che è sempre stata: un caleidoscopio sonoro che prende e trasporta ovunque l’ascoltatore, che prende, deforma e dilata paesaggi sonori diversi, che è attenta filologicamente a se stessa ma che non disdegna affatto la trasversalità, la contaminazione, il ripensamento.

Non sarà certamente un live a dirci quanto e come i cinque di Chicago abbiano segnato la storia della musica, ma di sicuro un live come quello perugino ci ha rinfrescato la memoria su cosa siano, cosa significhino e quanto siano appaganti i Tortoise.

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