Recensioni

La buona notizia è che i Tortoise sono tornati a sperimentare. O meglio, che sono tornati a farci fare un discorso complesso. La cattiva è il tempo che passa e la distanza da Million Now Living… che si accentua. In mezzo c’è il peso di una carriera particolare rientrata troppo presto nei ranghi. Il conio di un genere personalissimo sulla scia dei mastodonti del rock, la classica pietra angolare (Standars) a segnare lo spartiacque tra un prima e un dopo e infine la cristallizzazione.
L’album omonimo (1994) era pressoché perfetto. Milions Now Living… fu l’apoteosi di critica. TNT visse un po’ di rendita ma assieme al precedente mostrò pregi e difetti e non ultimo piccoli enigmi di una formula asciutta eppure densissima di rimandi, efficacissima nel gestire il feticcio di un riff su una girandola di stili innestati alla tedesca. La normalizzazione è arrivata troppo presto, creando un vuoto in tanti sensi (il ruolo faro del combo su un certo sottobosco, il senso stesso del progetto) e il classico assetto di album in serie à la Pink Floyd per grandiose tournée sembrava quasi paradossale, peraltro, troppo prematuro per essere vero.
Eppure, ai tempi di It’s All Around You i Tortoise erano questo: una macchina live potentissima. Dei King Crimson per la generazione X con il classico corollario in studio: un sound perfettamente acquisito quasi fastidioso nell’autorappresentarsi.
A questa bella e confortevole bara superlusso Beacons of Ancestorship prova a dire di no, dimostrandoci che quelli di TNT sanno ancora detonare (freddamente, ovvio) e la miccia gelida di Mc Entire 2009 è lo switch Lo-Fi con una produzione sporca, sporcata, mai definita e definitiva. L’esaltazione è tutta per le frequenze analogiche. L’abbraccio indie che volta le spalle ai brufolosi di massa e da lì le scelte degli strumenti: moog a profusione (un divertito trionfo analog soprattutto nella prima metà della scaletta), tocchi e ritocchi: microscopici field recording, drum machine (Penumbra), giochi in riverbero (il quasi sitar di Gigantes). E su tutto il sound raw. L’annientamento della post produzione leccata (compreso il fake-Jarre di De Chelly) e un pensiero cattivo: indie per i Tortoise è come vincere a tavolino.
Prendete Yinxianghechengqi, un titolo degno di Aphex Twin con un sound Crimson epoca Red come se fosse prodotto da Albini anni ’80. O Monument Six One Thousand, dal groove epoca remix di Rhythms, Resolutions & Clusters, dove ci trovi i Tortoise di TNT tra hip hop e girovaghi accordi David Pajo. Oppure al tripudio moog di Northern Something…
Sono cose da grandi e parlando dell’album infatti non si può non citare casi illustri: i Portishead di Third, per esempio, per la citata volontà d’asciugare all’osso e per la presenza di brani ombrello come Minors (bei richiami soundtrack, ovvi omaggi morriconiani) e Charteroak Foundation (semplicemente un brano post-rock, e sappiamo tutti il rifiuto da parte di McEntire e soci di questa definizione), autentici collanti trans generazionali di una band di lungo corso, l’ennesima conferma della caratura di un grande marchio.
Di contro, Beacons Of Ancestorship non è capolavoro che ci si aspetterebbe: sono troppi gli sforzi di mimesi volti a cancellare le tracce di pinkfloydismo presenti in It’s All Around You. Troppa la consapevolezza e la media taratura delle tracce per elevare il lavoro a livello dei classici.
Dove allora c’era l’estasi dei nuovi membri, degli stili da amalgamare e del miracolo groove che ne usciva, ora c’è consapevolezza nel serrare i ranghi e un ritmo-brivido senza scossoni. Prevedibile lo è sempre stato e infatti non è il mestiere il problema, nemmeno la sincerità. Verrebbe da masticare banalità come “tornare indietro è impossibile”. Del resto è innegabile: i Tortoise non sono mai stati giovani e, fortunatamente per loro, il cuore non è mai c’entrato. Per fortuna, ma fino a un certo punto.
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