Recensioni

6.3

Tra le band più o meno storiche che, dopo anni di silenzio discografico, hanno deciso di tornare sulla scena in questo 2025, tocca anche ai Tortoise, uno dei nomi cardine – che ve lo dico a fare – della scena post-rock di Chicago. Sono passati infatti nove anni da quel The Catastrophist che se la cavava con agilità in una dimensione ormai già classica ma con un certo brio, permettendosi di introdurre parti cantate e palesando una generale mancanza di riguardo rispetto alla propria stessa leggenda. E oggi? Il qui presente Touch sembra arrivare dopo la fine di ogni percorso ipotizzabile. Schiaccia, per così dire, la vicenda sonora del quintetto – Jeff Parker, Dan Bitney, Douglas McCombs, John Herndon e John McEntire – in un presente che antologizza e attualizza, rimette in circolo gli antichi intenti e li mette al servizio di idee sensibilmente diverse, ma non abbastanza da non rendere riconoscibile la calligrafia.

In particolare, va messa agli atti una fregola tex-mex che si spinge in territori spaghetti western, come un’allucinazione che si fa spazio dentro il loro tipico miraggio jazz-electro-exotica, innescando buriane sonore che non disdegnano forme abbastanza immediate. Tutto ciò è evidente fin dall’iniziale Vexations, capace di scomodare sorprendenti ibridazioni tra Grandaddy e Alan Parson Project ma come colti da una fregola Calexico, salvo poi a un tratto spampanarsi in una giocoleria di synth e chitarra che ricorda addirittura il Mike Oldfield di Crisis.

Le dieci tracce sono attraversate da una specie di accortezza divertita, quasi che la band ricercasse una forma di disimpegno così ben strutturato da garantire l’immunità dal disastro diffuso, una specie di rifugio per buontemponi di talento. Un po’ come se assumessero una postura snob ma solo perché non c’è altro da fare, tenuto conto di come tutto – musica compresa – sta rotolando nella centrifuga impazzita del sensazionalismo più becero e cannibale. E allora tanto vale dissacrare anche lo snobismo, conferirgli leggerezza, stemperare suggestioni e sottigliezze con dosi ben calibrate di arguzia autoironica.

Ci imbattiamo quindi nel mambo venusiano di Works And Days, quasi un distillato di Weather Report e Steely Dan, o nella sfrigolante soundtrack poliziesca di Rated OG (come potrebbero degli Stereolab sotto steroidi), oppure in quella Elka che sciorina kosmische strinita tra loop ritmici digitali, riff cromatici e svaporate batteriche, per non tacere di Night Gang col suo bordone di synth, l’organo denso, il passo da Phil Spector fantasma e la chitarra riverberata come un’allucinazione surf di Badalamenti, finché il crescendo non la ricolloca in un sogno Moroder obliquo e fastoso.  

Ma forse il pezzo più emblematico è A Title Comes: pulsazione digitale sfrangiata, arpeggio morbido di chitarra e sgocciolature di vibrafono jazzy, pennellate tiepide di synth e organo, un senso di sospensione eniana, insomma i vecchi Tortoise però in una versione placida, crepuscolare, quasi arresa. Quindi tutto bene, anzi no.

Nel complesso mi pare un buon ritorno, abbastanza ispirato e realizzato con acume, anche con un certo entusiasmo. Quanto basta almeno a non farlo sembrare un esercizio di mestiere o – peggio – il compitino valido come pretesto per l’immancabile tour. C’è tuttavia un problema: tra gli ingredienti di queste canzoni, ben dosati e strutturati persino con maestria, ne manca uno a mio avviso fondamentale. Provo a spiegare: ascoltare i Tortoise è sempre stata un’esperienza perturbante, perché in quel gioco di trame liquide e aeree, in quel fluido compenetrarsi di tangibile e volatile, di spigoloso e rarefatto, di retrogrado e futuribile, avvertivi sempre un’angoscia latente, l’impronta di un’assenza inesplicabile, come se qualcosa si fosse perduto nel processo di creazione e fosse accaduto a causa del suo consumarsi sulla linea di confine tra umano e meccanico, tra intuizione artistica e sintesi automatica. 

C’era insomma nella loro musica lo spettro di una profezia, il segno gelido e intangibile di una minaccia. Oggi tutto ciò è semplicemente evaporato, forse perché nel frattempo quella profezia è diventata, ahinoi, attualità. Ai Tortoise non resta che proporre il simulacro accattivante, arguto e sussiegoso di se stessi, e sono bravi in questo. Anzi, bravissimi. Il loro ritorno a ben vedere è uno spettrificarsi che gli permette di passare attraverso i muri e le macerie di quel futuro che avevano, da par loro, preconizzato. 

Nient’altro che un gioco insomma, capace perciò di sollevarci il morale. Almeno finché non sembrerà vano.    

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