Recensioni

Thurston Moore torna a calcare i palchi milanesi a tre anni dal concerto al Teatro dal Verme, quando sull’onda di Demolished Thoughts si era presentato in veste acustica, fedele tra l’altro al suo tipico stile di chitarra, solo riadattato in chiave unplugged senza stravolgerne l’essenza. Questa volta il taglio è “sonico” al cento per cento – o quasi: qualcuno potrebbe scambiare il nuovo quartetto (Debbie Googe dei My Bloody Valentine al basso, Steve Shelley alla batteria, James Sedwards alla seconda chitarra) per una riedizione in chiave minore dei Sonic Youth, e sarebbe anche giustificato. Rimosso l’ozioso e ingombrante paragone – il passato non ritorna –, il materiale di The Best Day – che comunque è un buon disco in cui si riconosce la mano dell’autore – è suonato in maniera fluida, precisa.

Steso un velo di noia (e non tanto per le capacità tecniche o la voce, quanto per la personalità e un’idiosincrasia assolutamente personale – mia – per queste cose, più forte di qualsiasi relativismo culturale), sul …esimo esempio di cantautorato acustico indie folk anglofono di casa nostra (sgamato dopo due strofe) posto in apertura, Thurston Moore sale sul palco con sole due chitarre (una Jaguar vintage e una Jazzmaster nuovo modello) e un leggio per i testi. L’inizio del concerto inverte l’ordine dei due brani di apertura dell’ultimo album; tocca prima a Forevermore e poi a Speak to the Wild. Il leitmotiv non cambia sostanzialmente da qui: Shelley e la Googe forniscono una base di appoggio solida con la loro sezione ritmica e Sedwards doppia principalmente le parti di chitarra di Moore, irrobustendo e completando il suono più che contrappuntandolo (un Ranaldo non si trova certo così su due piedi), per poi uscire dal guscio giusto quando si ricava lo spazio per l’assolo ultra-classico che si sente anche sul disco.

Tocca poi a Germs Burn, Detonation, dal piglio stracciato più punk e rock and roll, alla title-track del nuovo album – che occupa tutta la prima parte del set e di cui non si sentono però i momenti acustici – e a Grace Lake, che “stirata” a dovere, soprattutto nel finale, movimenta la dinamica interna alla band con più improvvisazione e un bello strascico di feedback. Bis con due brani di Psychic Hearts, il debutto solista del ’95: Pretty Bad e Ono Soul.

Sensazioni? Buone. Con un pizzico di imprevedibilità in più sarebbe stato ancora meglio, e chissà che un organico stabile di questo livello non porti anche più novità.

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