Recensioni

Delle varie formule precotte che si suole utilizzare, una delle migliori secondo me è agitatore culturale. Certo, dice tutto e nulla, ma al contempo dà un senso di scossa, di irrequietezza, di, appunto, agitazione. Credo non si offenderà il caro Vittore Baroni se lo definisco agitatore culturale, dato che tra musica – prodotta e recensita, ovvero come non-musicista e come critico musicale per le più importanti riviste italiane – e arte (soprattutto postale) fatta e distribuita, per non dire del ruolo primigenio in diverse esperienze a nome collettivo – un nome (?!?) su tutti, Luther Blissett –, in riviste, cataloghi, networking, gallerie d’arte, ecc. ecc. ecc. il nostro ha praticamente segnato buona parte dei sommovimenti underground italiani meritandosi, proprio in questi giorni addirittura una tesi di laurea magistrale dedicata al suo percorso. Per dire dell’eclettismo, della curiosità e dell’apertura del nostro ecco questo terzo volume della serie “musica per alberghi” che Baroni si è inventato sulla falsariga della “music for qualche luogo” che ci piace immaginare legata ai non-luoghi e alle idee sonore di Eno. Se non lo fosse, chi se ne frega, dato che Baroni, in quanto albergatore sulla costa toscana, è riuscito a legare la propria insana passione per la musica più creativa e libera con questo impegno lavorativo: nel primo volume, Return To Acapulco, la riflessione si incentrava sulla sonorizzazione dei diversi spazi di una struttura alberghiera, nel secondo, Summer Fun, ci si concentrava sulle cover di summer hits, ora in questo terzo e ambizioso volume, tocca all’idea di canzoni da spiaggia essere indagata.
E come è grande il mare (semicit.) altrettanto lo è questa compilation in doppio cd per 31 pezzi appannaggio di altrettanti autori e/o formazioni che si muovono tra cover e pezzi originali esattamente come si muove il mare: ora libero e cullante, ora increspato e minaccioso, ora pieno di frizzi e schizzi.
Scorrono momenti apparentemente inconciliabili come il tormentone pop-plasticoso anni ’80 Lunadimare della premiata ditta MARSICODITRAPANI e due dediche alla morte di Shelley, opera di Gianluca Becuzzi (The Shipwreck of P.B. Shelley, un drone oscuro e drammatico) e di Elia Ulian (In Memoriam Percy S., un requiem quasi ambient/post-industrial), il sixties-pop da spiaggia californiana (Hot Sand degli Shocking Blue rivisitata dalle Wide Hips 69) e la malinconia wyattiana della Sea Song ripresa dalle Forbici di Manitù, l’elettronica post-plagia-rumor-dadaista di Monofonic Orchestra (Una marinara al 12) e la bassa battuta da Bassa Stagione di Adriano Zanni, il rock tex-mex di Dome La Muerte (Pipeline) e l’omaggio ai miti oceanici di Lovecraft messo in scena dal Teatro Satanico in Oceanus, le rivisitazioni invero personali di Summer On A Solitary Beach (per mano di Stefano Saletti & SALE) o della carboniana Mare Mare (merito di xoX) e quelle del tema del vascello fantasma elaborate in forme ambient-minimal-elettroniche da Spectral Unit (ovvero Adi Newton e Enrico Marani) in Phantom Vessel.
Già da questa invero limitatissima scansione ci si può rendere conto di quanto Sea Songs sia un vero e proprio scrigno dei desideri capace di accompagnarci in questa lunga e calda estate con tanti stati d’animo differenti, ma vi assicuro che è davvero una continua scoperta buttarsi dentro queste canzoni marine da cui si esce festaioli e riflessivi, calmi ed esagitati, notturni e romantici ma soprattutto sopraffatti da cotante, iridescenti possibilità sonore.
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