Recensioni

7

Cosa ci si può aspettare da un trio del genere? Cosa si può dire al cospetto di mostri sacri della musica altra? Cosa si può dire di fronte a cotanta esperienza rumorosa che non sia stato già detto?

Tre pezzi per i tre, in un crescendo apocalittico. Dai 3 minuti scarsi dell’opener Sex fino ai 40 della conclusiva Lavender, passando per i 24 di Drugs è una continua tempesta di free-noise improvvisato in partenza quasi mai parossistico o fuori dalle righe, quanto piuttosto in un costante e sorprendente equilibrio.

Le chitarre dei due si muovono ai lati delle composizioni quasi lasciando il ruolo centrale alle evoluzioni del sax (alto e tenore) di Flaherty che gorgoglia, ribolle, soffia, schiamazza senza mai eccedere; Moore e Nace creano un sottofondo ambientale fatto di distorsioni e crescendo contribuendo all’aumento di una tensione che il sax provvede a tagliare di netto coi suoi squarci. Poi però, come nella seconda metà di Drugs, a prendere il sopravvento sono le folate di rumore bianco delle due chitarre che si rincorrono e si affrontano in un trionfo di fischi di ampli e slabbrature armoniche sul terreno accidentato della free music più cangiante, sempre lì lì per trasformarsi in noise deforme. I 40, elefantiaci minuti della conclusiva Lavender, però spazzano i dubbi e la tensione trattenuta sul principio dell’album esplode in caleidoscopico free che più free non potrebbe, che si acquieta e poi riesplode in continuazione. Come un ottovolante, ma molto più violento e feroce.

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