Recensioni

Avevamo lasciato Thurston Moore tra un album di ispirazione folk, Demolished Thoughts, e il disco dei Chelsea Light Moving, in cui si misurava con un rock più classico di quello solitamente nelle sue corde. Lo ritroviamo solista con una band nuova di zecca il cui fiore all’occhiello sono Steve Shelley e la bassista Debb Googe (My Bloody Valentine) e un disco che è una sorta di terza via alla sua carriera post-Sonic Youth rispetto a quelle ultime uscite – mettendo un attimo da parte collaborazioni e dischi più sperimentali – di cui riprende gli elementi acustici (Demolished Thoughts) e classic (i Chelsea Light Moving), facendosi preferire nettamente almeno al disco dell’ultima band. Allo stesso tempo, The Best Day si riconnette in maniera fluida al passato, puntellando il consueto repertorio chitarristico con azzeccate controparti armoniche e di arrangiamento.
Speak to the Wild farebbe pensare a un ritorno ai Sonic Youth (e, perché no, un po’ più indietro, ai Television) in linea con le ultime produzioni del gruppo. Ma da Forevermore, che si tinge di psichedelia (e, perché no, anche di kraut rock e di Velvet Underground), le cose si fanno più semplici e più complicate al tempo stesso. Semplici perché è il suo stile – se non nei dischi più sperimentali e free, è difficile immaginare di sentirlo abbandonare le intro a base di armonici arpeggiati o l’incedere deciso ma lineare di certi affondi di chitarra, i climax potenti o i riff dissonanti –, complicate perché il songwriting è scorrevole e sufficientemente ispirato, mentre le strutture dei brani sono abbastanza frastagliate da riempirsi di sfumature, in particolare nei duetti tra le chitarre di Moore e James Sedwards: in Tape si sentono il folk-rock anni ’60 e le spectacular commodities delle linee minimali di Glenn Branca, Best Day nasconde l’assolo più rockettaro, quasi un’anomalia per il Nostro, spuntano i Fall in Detonation, mentre la strumentale Grace Lake ricorda un po’ alla lontana la All World Cowboy Romance dei Mission of Burma.
Parlare di conferma dopo trentacinque anni fa ridere, di nuovo corso è eccessivo. Semplicemente, si tratta di un buon disco, che non scontenterà ma – soprattutto – non annoierà chi ha seguito o vuole seguire le vicende di un musicista ancora troppo curioso e onnivoro per timbrare il cartellino discografico. Lapalissiano, ma vero. Per fortuna, aggiungiamo.
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