Recensioni

Legati come siamo noi, vecchi affezionati a certe icone e ai trascorsi Sonic Youth, tendiamo troppo, a volte, a immaginarci un Thurston Moore santino con la chitarra preparata immerso tra i rumori metropolitani – e gli stimoli culturali – di New York. Ma da tempo il Nostro non vive più nella Big Apple e da ancora più tempo (forse da sempre) non è soltanto l’arcangelo del noise rock colto americano. È un musicista onnivoro e cosmopolita dai mille progetti – che da solista si è già saputo proporre con lavori “in controtendenza” come Demolished Thoughts. Ora ci affascina con questo Flow Critical Lucidity, in apparenza distante da certi “estremi” rumorosi ma sempre prossimo al suo sonico background.
“Diverso” e insolito in teoria perché si discosta dal mood più fumantino di By The Fire e dalle mulinanti progressioni di Rock N Roll Consciousness – due album più vicini a noi temporalmente – dove le reminiscenze della cara no wave e addirittura del vecchio mentore Glenn Branca e la plasticità più “sbrigativa” del linguaggio punk e perfino hard rock convivevano andando a braccetto come se fossero amici da sempre (in parte, effettivamente, lo sono; non comunque è un caso se l’unico brano nuovo su quella diretta falsariga, Isadora, rivesta qui il ruolo ibrido di bonus track per una singola edizione, quella a 33 giri). Ma anche i timbri “esotici” di New One In Town, We Get High e The Diver – che evocano l’estremo Oriente, metallofoni come il bonang balinese o i cordofoni cinesi o le campane tibetane – sono ugualmente espressione di un personalissimo codice musicale su cui Thurston Moore lavora da quattro decenni e più di ininterrotto chitarrismo militante: una gentile deviazione di un canovaccio di ricerca – quello del “terzo ponte” e delle bacchette o dei cacciaviti infilati sotto le corde della chitarra per inventarsi suoni altri – portato avanti da tempo immemore. Solo, declinato in maniera più pacata e contemplativa di quanto succedeva all’epoca di un album glorioso come Bad Moon Rising e addirittura agli esordi della vecchia band (ascoltate però l’inizio di Society Is a Hole vicino a New in Town: l’elastico dilatato del tempo potrebbe per un attimo tornare in forma e riportarci al punto di partenza).
Se uno dei cardini del sound storico dei Sonic Youth in questo disco sembra spesso avere una sfumatura più dolce, liquida e “zen”, quel richiamo orientaleggiante e la cornice in cui è nato Flow Critical Lucidity – il ritiro creativo sulle sponde del lago di Ginevra dove Thurston ha scritto il suo fluviale memoir Sonic Life immerso in uno scenario naturale meraviglioso – non ci devono troppo ingannare: il paesaggio incontaminato tanto amato dai romantici inglesi (dove però Mary Shelley ha scritto Frankenstein…) è anche l’abisso in cui perde la vita il sommozzatore di The Diver. E infatti c’è una tensione obliqua a base di elementi dissonanti, che non manca mai, sia che agisca sottotraccia oppure che esca in avanscoperta tra i drones che rimbombano o le distorsioni elettroniche di Shadow. È il combinarsi di questi aspetti a rendere il disco davvero interessante.
Quello che si nota fin dal primo ascolto, ma si coglie sempre più in profondità man mano che si esplora nei dettagli questo lavoro, è la visionaria profondità in cui i testi surreali di Radieux Radio (Eva Prinz, moglie di Thurston Moore) e il preziosismo onirico delle musiche si completano a vicenda come meglio non potrebbero. Sans Limites è un piccolo gioiello, ma tutt’altro che una canzone canonica, tra la lunga introduzione strumentale – un mandala di melodie cicliche intrecciate che ricorda i compositori minimalisti degli anni ’60 – e la parte cantata, che con due accordi di chitarra folk e un semplice ritmo binario vira verso un mistico psych-kraut-rock con echi di Neu! e Stereolab (echi letterali in quest’ultimo caso, visto che la voce femminile è di Leatitia Sadier). Allo stesso modo The Diver, con la sua ipnosi continua, Hypnogram, o le più stravaganti New in Town e Rewilding (il cui groove sembra ispirato dai Can di Tago Mago), sono cariche di suggestioni sonore, ma anche visive, mentali, tutte espresse in un flusso musicale in cui memoria e attualità si specchiano in un gioco di riverberi continui, quasi sempre affascinante e condito da veri tocchi di classe.
Con l’aiuto dei suoi ormai fidati James Sedwards e Deb Googe e dei nuovi collaboratori Jem Doulton e Jon Leidecker (senza dimenticare Margo Broom delle Big Joanie che si occupa dei suoni), Moore ha creato un’opera che dimostra come il suo linguaggio sia ancora vivo. Senza rincorrere la novità a tutti i costi (quale potrebbe essere ormai?) ha ancora voglia di avventurarsi e sperimentare. Un plauso anche per la scelta della copertina: l’opera di Jamie Nares, Samurai Walkman, sembra veramente fatta apposta per abbinarsi a questi suoni. Non è ovviamente la cosa più importante, ma è un dettaglio in più che fa parte del concept di questo apprezzabilissimo lavoro.
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