Recensioni

Il best day di cui parlava il precedente album sembra arrivato, oggi più di allora. Forse non proprio best, ma better sicuro. Rock and Roll Consciousness – e anche questo titolo è tutto un programma – tratteggia un momento importante della maturità di Thurston Moore, per lui stesso e in generale per chi non può fare a meno di ascoltare indie rock americano (o indie rock anglosassone, mettiamola così, visto che adesso dalla Grande Mela il Nostro si è spostato all’ombra del Big Ben). Per carità, la maturità di un artista che veleggia verso i quarant’anni di onorato servizio con l’inseparabile chitarra elettrica scordata in spalla e per cui la lancetta del tempo anagrafico ha superato da un po’ il mezzo secolo e punta sui sessanta, è assodata, da tutti e da molte stagioni. La cosa incoraggiante è che a giudicare dalla freschezza con cui risuona le sue idee, questa maturità sembra pendere felicemente addirittura verso una seconda gioventù.
I colori conosciuti ma anche lucidi e brillanti di tale seconda giovinezza sonica (aggettivo inevitabile) hanno molto a che vedere con la quadratura cercata e ora caparbiamente trovata nella nuova band. Nuova per modo di dire, perché Steve Shelley lo conosciamo bene e a sua volta lui conosce Moore come le sue tasche, ma con la metà britannica – James Sedwards e l’ex My Bloody Valentine, Debbie Googe, – l’affiatamento è cresciuto e si sente. Ascoltato e letto in controluce, il quinto album “solista” diventa il secondo da leader di un nuovo gruppo che suona più compatto, affiatato, unito; semplicemente, meglio. Non sono i Sonic Youth naturalmente, nemmeno i «Sonic Youth che jammano con i My Bloody Valentine», come ha dichiarato Moore a una testata irlandese, e neppure una fotocopia dei sonici come potrebbero pensare i maligni. Più disco da leader di Moore, dunque, che solista tout court, è evidente che questo Rock and Roll Consciousness nasce da un lavoro organico di tutta la band. Al centro ci sono come da prammatica le due chitarre, che in Exalted fanno tutto un loro excursus iniziando – e finendo – con le tessiture Sonic Youth à la Daydream Nation facendole scontrare con uno space rock-blues e un muro di dissonanze monstre, quasi drone-metal, e in Turn On entrano ed escono da un ping pong di linee che rimbalzano e si rincorrono e a un certo punto scivolano a sorpresa nascondendosi tra gli accordi di un “semplice” punk-rock.
Ma queste traiettorie, in cui convergono e si avviluppano l’una sull’altro la composizione pensata – dove le linee vocali, tutte un po’ monocordi, appaiono decisamente in secondo piano – e il libero jamming, non cedono mai al gioco autoindulgente del virtuosismo o della nonchalance fini a se stessi, perché a pressarli c’è sempre una sezione ritmica tutta dinamismo ed elasticità, che può spingere, incalzare, giocare all’attacco – il post-punk in crescendo di Cusp – o cambiare marcia più volte senza battere ciglio né sgarrare un colpo – come in Aphrodite, l’ultimo pezzo, su cui aleggiano vecchi fantasmi no wave: Deb Googe e Steve Shelley attaccano nervosamente un ritmo rock, lo sfumano nel jazz, si fiondano in un groove ancora più ficcante e poi “bum!”, tengono la presa con una cadenza lenta e dark per le svisate libere delle sei corde. È nel groove e nelle combinazioni “armolodiche” tra i due chitarristi che si gioca la partita e che si porta a casa il risultato.
Soffermandoci solo sullo stile, si potrebbero parafrasare molte delle cose scritte a proposito del precedente The Best Day, eppure Rock and Roll Consciousness ha un passo diverso: non solo mette in pista un Thurston Moore più in forma che mai, ma rappresenta anche un plastico connubio tra rock classico, punk e indie con una punta di vecchio kraut che, oltre alla lacrimuccia nostalgica, strappa pure un’approvazione a caldo sincera, perfino convinta.
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