Recensioni

Le 20:00 sono passate da pochi minuti, Jayan Bertrand dei Sefoam Walls ha appena concluso un set chitarra e voce dalle sfumature math rock. L’atmosfera è tangibilmente elettrica, le aspettative sono altissime e il pubblico è carico per l’ultima data del tour europeo di Thurston Moore. È tutto pronto per l’ex Sonic Youth e la sua band, composta da Deb Googe dei My Bloody Valentine alla chitarra baritona, James Sedwards alla otto corde, Jem Doulton alla batteria e Jon Leidecker (aka Wobbly) all’elettronica.

Le danze iniziano con l’unico brano estratto del nuovo disco in lavorazione, Hypnogram, ballad da otto minuti piuttosto canonica se rapportata ai flussi psichedelici che ascolteremo poco più avanti. Isadora, l’altro singolo ad anticipare la nuova prova sulla lunga distanza, non viene eseguita: le altre canzoni provengono quasi tutte da By The Fire, ultimo disco in studio uscito ormai tre anni fa e uno dei più sonicyouthiani della carriera solista di Moore. La setlist, però, regala anche due inaspettate sorprese sotto forma di cover.

L’LP del 2020 viene suonato a partire dal brano di apertura, Hashish, con il suo incalzante incedere dove le sei corde di Moore duettano con le otto di Sedwards intrecciandosi in intricati fraseggi quando sono alle prese con il tema principale. Appena Deb accende il pedale del fuzz il suono si fa granitico e la sezione ritmica sorregge abilmente i funambolismi che hanno reso celebre il playing non convenzionale di Thurston Moore. Il fondatore dei Sonic Youth si alterna tra l’iconica Jazzmaster Relic e una dodici corde, suonandole con l’archetto e la bacchetta della batteria, giocando ora con i pick-up, stuzzicando poi le corde dopo il ponte e scagliando decibel di feedback contro il pubblico in estasi.

Siren, invece, che inizia con una lunga intro strumentale, è il primo dei brani più ipnotici e dilatati: i quasi dieci minuti di flusso noise rock immergono il pubblico in un’atmosfera contemplativa. Venus, il brano di chiusura dell’LP, amplifica questo stato alterato in uno dei momenti più coinvolgenti di tutto il concerto, facendo virare momentaneamente le sonorità verso derive techno. L’usuale wall of sound distorto del quintetto viene sorretto qui da un’inedita e martellante partitura elettronica composta da grancassa in quattro quarti e hi-hats. Il frontman scherza a più riprese con la folla, ringrazia Thelonius Monk per avere dato il nome alla venue e attribuisce il merito della loro energetica performance agli spaghetti appena degustati prima di salire sul palco.

Thurston Moore veste anche i panni di Lou Reed nella cover di Temptation Inside Your Heart, con la quale vuole rendere omaggio alla “rivoluzione di velluto” della band newyorkese. Il brano viene fatto suo dal frontman, risultando estremamente coerente con l’immaginario sonoro delle composizioni originali. Il chitarrista regala ai presenti anche un’altra inaspettata cover: All Apologies dei Nirvana, cantata da un Bertrand dei Seafoam Walls che torna nuovamente sul palco, e punteggiata da sfumature jazz da James Sedwards, che passa al clarinetto. Il pubblico del Monk si unisce in coro e il risultato è un commovente omaggio a Kurt Cobain a pochi giorni dall’anniversario della sua morte, da parte di uno dei chitarristi che più hanno ispirato l’emblema del grunge.

Cantaloupe, uno dei brani più energici e muscolari dell’esibizione, fa finalmente intuire perché James Sedwards stia suonando una otto corde, di cui scatena tutta la potenza sulle basse frequenze, mentre l’unico estratto da Rock N Roll Consciousness, Aphrodite, si pone in continuità con i brani più dilatati e ipnotici, rincarando comunque la dose con otto minuti di tagliente chitarrismo, puro caos sotto forma di rumore bianco.

In questa direzione si muove anche Locomotives, un inno politico contro l’abbattimento delle barriere e dei confini tra gli stati. La catarsi tribal-noise da sedici minuti chiude la setlist di appena nove brani per quasi due ore di concerto, evocando per un’ultima volta muri (questa volta intangibili) di feedback e distorsioni in un vortice di assolo al vetriolo e rituali minimalisti.

Uscendo dal Monk si ha la certezza di aver assistito a una performance viscerale e catartica, di essere stati purificati dalle onde di white noise abilmente cavalcate da Thurston Moore e dalla sua band, capaci di macinare un groove dopo l’altro e di ipnotizzare il pubblico grazie alla maestria nel domare il rumore. Una volta fuori dal locale il frastuono lascia spazio a una beatifica stasi contemplativa. Silenzio.

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