Recensioni

Bassista, producer, autore, losangelino Straight Outta Compton, come cantavano gli N.W.A., un quartiere molto difficile che ha dato i natali anche a una certa Serena Williams e sua sorella Venus Williams, che qualcosina di buono in vita loro l’hanno combinato. Thundercat torna con un progetto personalissimo dopo innumerevoli collaborazioni e featuring, e lo fa con un album pieno zeppo delle suddette collaborazioni e graditissimi featuring (uno su tutti: quello con i Lemon Twigs).
Polistrumentista virtuoso, nato in una famiglia di musicisti, l’amore di Stephen Lee Bruner per la materia prima traspare in ogni cosa che tocca. Che si tratti dell’R&B, del Rap, come nei brani Funny Friends ft. A$AP Rocky oppure la preziosa She Knows Too Much, in collaborazione con il compianto Mac Miller; ma anche in una insospettabile ballad a là Bee Gees con i sopraccitati Lemon Twigs, che qui producono e armonizzano angelicamente nei brani What Is Left To Say e Pozole. Al resto della produzione ci ha pensato Greg Kurstin, già collaboratore di popstar del calibro di Adele, Taylor Swift, Pink ecc. ecc.
Proprio questa tendenza pop neppure troppo latente in molti dei brani, che prendono spesso la direzione più sicura, in un continuo susseguirsi di multe per eccesso di cautela, rischia di edulcorare troppo un album ricco di belle canzoni (ascoltare il groove sensuale e rilassato di This Thing We Call Love con Channel Tres). Nelle liriche, Thundercat sembra analizzare il suo percorso relazionale senza neppure troppa ironia, quella che lo contraddistingue ad esempio sui social, e che ha reso i suoi meme su Instagram leggendari. Un modo di chiedere scusa per la troppa “distrazione” dimostrata nei rapporti personali?
Nel 2017, con Drunk, Thundercat aveva compiuto un salto decisivo, unendo la sua straordinaria abilità al basso a una sempre più raffinata sensibilità autoriale. Tre anni dopo, in It Is What It Is, quel funk brillante resta riconoscibile, ma aveva forse lasciato più spazio a sonorità R&B eteree e a momenti di jazz dalle atmosfere spaziali.
Adesso, questa improvvisa svolta poppeggiante (ascoltare in questo senso ThunderWave con Willow) lascia forse un po’ delusi, soprattutto dopo le enormi aspettative createsi intorno all’artista, chiamato a dimostrare il valore dei suoi lavori in solitaria. Non più solo come comprimario, ma attore protagonista e stratega del suo progetto musicale. Un album poco coeso, al massimo carino, da sottofondo, ma il cui vinile non verrà certo mai esposto in prima fila su nessuna mensola di nessun fuorisede intento a sfoggiare le sue oculatissime scelte musicali.
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