Recensioni

Dopo la grande festa collettiva del disco di duetti Cari fottutissimi amici (2022) la band pisana aveva annunciato una pausa per staccare e dedicarsi ad altri progetti e così è stato, tra il disco solista di Appino (Humanize, di cui abbiamo parlato in sede di recensione) e la Dirt Tapes, ditta dedicata a produrre cassette audio (e un lettore) del batterista Karim Qqru.
Ora la band torna con un album annunciato da un promo geniale, che riprende gli stilemi classici Zen dopo le esplorazioni del disco di duetti e dell’album solista del cantante ma anche dopo l’aria generalmente più rilassata del solito di un disco come L’ultima casa accogliente (2020).
L’argomento è di quelli ingombranti, e infatti le due parole del titolo dominano la copertina così come sembrano dominare la nostra violenta contemporaneità, con la sua crisi conclamata di tante cose che parevano scontate. Ma Il male di cui parlano Appino, Ufo e Karim insieme al Maestro Pellegrini, in parte celebrandolo, non è quello dominante, non c’è un elogio del cattivismo spacciato come l’idea di quelli che hanno capito “come vanno veramente le cose”. Piuttosto, con prospettiva maudit, è l’antagonista di quel “bene” benpensante e censorio o, come dicono nel comunicato stampa, “finto, globalizzato e pubblicitario” quello che cerca di rimuovere e nascondere gli istinti, le irregolarità e le ruvidezze della vita: lo avevano già scritto (ad esempio in Cattivo, da L’ultima casa Accogliente) ma qui diventa la prospettiva che tiene insieme molte delle canzoni di un disco che torna agli Zen più immediati, pur non escludendo i “lenti”, già nel modo scelto per registrare, più diretto rispetto alle ultime prove.
Se l’attacco del brano omonimo che apre il disco sembra richiamarsi a 118, il duetto electro con Claudio Santamaria, ben presto vira sul punk rock che ben conosciamo per parlare di “questi stupidi, falsi, noiosi anni venti” e spiegare che il male lo abbiamo dentro ed è meglio del “bene artificiale”; e su direttrici simili, qui più Pixies, si muove Miao, che torna al tema delle storie finite proseguendo il discorso con la fan (di cui vengono usate frasi in entrambi i brani) iniziato con Ilenia, tra riflessioni su di sé, un legame che in qualche modo rimane e l’immagine dei gatti come simbolo dei residui della relazione.
Ai tempi di Humanize Appino disse, paradossalmente, che quando faceva dischi da solo cercava una voce più collettiva, che si calasse nei personaggi narrati, e di essere invece più personale e intimista quando scrive per gli Zen: infatti, accanto al tema generale, e a volte intrecciato ad esso, ci sono canzoni dai temi più personali come questa e come la successiva È solo un momento, ballata consolatoria dai vivaci arpeggi che esplode nel ritornello. E il male può essere anche quello che si prova quando fallisce appunto una relazione come viene raccontato in Meglio di niente, anche qui con i gatti che restano, anche qui cercando di mettere insieme i cocci e salvare quel che si può anche nell’elenco finale di oggetti abbandonati, in una ballata accorata che l’autore a un certo punto dice di averla sognata “come McCartney e Yesterday” aggiungendo subito “certo non è la stessa cosa”.
Con Novecento si torna a guardare il mondo, tra il secolo del titolo in cui sono nati sia l’autore sia una serie di cose e persone elencate con associazioni felicemente bizzarre (“Novecento / come i campi di concentramento / Il muro, il buco nell’ozono / Jovanotti, Putin, Gerry Scotti”) e la contemporaneità vista come uno spettacolo / televendita che funziona ad abbonamenti e resta “la puzza dei corpi incendiati e lasciati marcire” e “la vergogna di essere uguale identico a voi”.
In Caronte il “male” è quello che ci facciamo con certi vizi (“fumare, bere e pensare”), in una ballata che parla di senso di esclusione e di un’altra relazione finita per un brano dalla melodia eccessivamente zuccherina ma animato da argute variazioni sul tema “Pensavo fosse amore ma era…”, mentre Vecchie troie è una feroce autocritica (“il titolo è dedicato agli Zen”) in cui i nostri si ritraggono come vecchi acidi che odiano tutto e tutti, dai giovani che chiamano “signore” il protagonista a sé stessi (“giovane ti odio come odiavo me stesso alla tua brutta età”) a tutti quelli che dietro l’aria sincera e nobile d’animo cercano solo i soldi, con invettive a volte giuste a volte tracimate nel qualunquismo, in un’unione con un rock tirato che ricorda la vecchia Pisa merda.
Calmate le acque con lo sguardo al futuro della sognante Un milione di anni, che guarda più in la dell’analoga 3021 di Angela Baraldi, si torna all’invettiva contro il mondo contemporaneo impegnato a celebrare “L’esclusività / ma l’esplosivo è molto più inclusivo / e le farà brillare in cielo” ad articolare a tempo di rock il tema del disco.
Il finale è affidato a Adesso e qui, serena e calma nelle strofe e con più pathos e rabbia man mano che si procede nel raccontare luoghi comuni e consigli e frasi vuote sentiti e ricevuti nel corso della vita, cui si oppone un invito di fratellanza concentrata sul momento, e appunto a La fine: non solo quella del disco ma anche quella che hanno fatto il protagonista e l’amico cui si rivolge per lettera, al quale ricorda come da giovani si opponessero al mondo e ai suoi messaggi dominanti abbracciando il male di cui dicevamo all’inizio mentre ora sono loro ad essere “il male”, ovvero quelli che fanno “le regole”, in un lento in gran crescendo finale.
Come dicevamo è un ritorno fatto riappropriandosi dei loro consueti strumenti espressivi, nel bene della buona riuscita generale e nel – ahem – male di qualcosa a tratti di già sentito, svolto con la capacità di individuare un tema intorno al quale tenere insieme il personale e il pubblico (il concept sui generis dell’ultimo solista di Appino potrebbe aver aiutato.
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