Recensioni

7.2

L’ambizioso progetto che il frontman degli Zen Circus dice di aver messo in cantiere da anni vede infine la luce, approfittando dell’annunciata pausa nell’attività del gruppo. L’ambizione è quella di raccontare l’umanità attraverso canzoni nelle quali analizzarne i vari aspetti, quel misto di difetti e slanci, di bruttezze e splendori di aspirazioni all’eterno e consapevolezza che in realtà “non abbiamo nemmeno cominciato”, che rende così peculiare l’essere umano, tra quelli contenti e quelli per cui “il vuoto è lo sport più completo”. La particolarità è che, oltre alle canzoni, ci sono una serie di intermezzi parlati, voices più cercate che found, tratti da numerose interviste a persone comuni di ogni età e raccolte per tema, talvolta anche all’interno delle canzoni, selezionate e cucite insieme a Davide Barbafiera (Campos, Ico e i Casi Umani).

Tema vasto, che il Nostro decide di seguire con una certa, appropriata varietà stilistica, corrisponde una produzione ricca e curata, interessante anche negli intermezzi: abbiamo infatti il pop (l’apertura col lentone Del nostro avvenire; Metti questa al mio funerale, meglio quando parte aggressiva che quando poi rallenta nel ritornellone a pieni polmoni con qualche eccesso di gorgheggi; o la techno lieve di Creatura, con uno dei frammenti vocali più toccanti), i lenti stile ultimi Zen (l’ariosa Carnavale, la romantica Quando mi guardi) o Lucio Dalla (Genio della lampada), pezzi strani (il pulsare notturno e affascinante di È solo una bomba, tra certi Blonde Redhead, suoni e fraseggi primi anni ’80 e cantautorato italiano; La fine di un ragazzo, una bella tappa nella zona di certo Daniele Silvestri) e qualche brano che gioca con il pop contemporaneo: Il mondo perfetto, che tra lo stile tipico di Appino e una strizzata d’occhio a certi suoni attuali (cioè gli anni ’80 attualizzati) fa una satira su star da instagram e forse anche su cantautori e cantautrici ombelicali usando la musica simile a quella che userebbero loro, analogamente a quello che fa, in modo prevedibile e meno riuscito, L’adunata dei disinteressati; e perfino della trap (o quella strana e interessante versione che ne fa Enduro, tra riff di un violoncello hard rock, andamento crossover e percussioni scorticate quasi bjorkiane). Troviamo addirittura un esempio di brano di indie rock spavaldo nello stile classico della sua band – ma solo sul finale, con Età della pietra, ed è curioso che abbia messo proprio in questa canzone i versi coi quali abbozza una sintesi, magari un po’ spiccia, del progetto: “gli esseri umani, la terra, lo spazio, il senso della vita, il non capirci un cazzo”.

Nel vero finale, affidato a Ora, la filosofia di fondo del disco (un’empatia dallo sguardo ampio e paziente) più che essere enunciata traspare nel modo in cui viene raccontata la storia d’amore nel testo, su un lento alla Zen come quelli che abbiamo già incontrato ma che nella seconda parte diventa un pezzo western anni ’60.

Chiaramente un progetto così ampio finisce inevitabilmente per registrare qualche calo, e trattando un argomento del genere capita che i testi alternino le consete arguzie dell’autore a un po’ di retorica, di sentimentalismo o di massimalismo lapidario (specie nelle interviste dei bambini o in quelle di chi nei suoi eccessi di semplicità dovrebbe essere profondo), rischi prevedibili e che in una certa misura ci stanno anche.

Un problema più particolare, che affligge anche un paio di punti del pur pregevole disco degli OSSI (sul quale tra l’altro Appino ha suonato), è invece dovuto proprio alla massiccia presenza di questi frammenti di intervista, che ovviamente fanno parte del concept e definiscono il senso dell’album, ma forse sarebbe stato meglio limitarne la presenza agli intermezzi: a volte pesano sull’ascolto della canzone, perché i versi sono una cosa ma queste voci un’altra, non si ha sempre voglia di ascoltarle e a volte coprono la pregevole musica che li accompagna (ma immagino sia una cosa mia).

Resta un album che mostra come l’autore cerchi di espandersi e cambiare, per certi versi anche più che nella prima parte di carriera con gli ZC.

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