Recensioni

A 55 anni dall’inizio della carriera, gli Who sono soltanto al dodicesimo album da studio: da sempre più parchi dei loro colleghi (due dischi in un anno non li hanno mai fatti neanche nei ’60), i Nostri sono stati a lungo inattivi tornando solo per concerti e pubblicando, dopo il 1982, solo Endless Wire (alla fine forse migliore di quanto fosse sembrato al nostro Antonio Puglia in sede di recensione), datato ormai 2006.
Questo ha impedito, intanto, di affollare la discografia di titoli non indispensabili o dispersivi; poi, di evitare quella sbornia per i suoni radiofonico-leccati che ha colpito tanti coetanei: loro con i sintetizzatori ci giocavano sperimentando non solo ai tempi di Who Are You (1978) ma già nel miliare Who’s Next?, oltretutto in punti strategici come le altrettanto miliari canzoni poste in apertura e chiusura. Così i due superstiti del quartetto, insieme ai già visti Pino Palladino e Zack Starkey più altri, possono dedicarsi a fare ciò che si richiede ai gruppi di lungo corso, ovvero una maniera onesta e magari vivace, senza balzi nell’ignoto per i quali mancano le forze e che non si richiedono a chi ha già ampiamente fatto il suo nello scrivere la storia del rock.
Come già nel disco del 2006, dunque, si comincia proprio citando i fraseggi di synth di Baba O’Riley prima di partire in quarta con la dichiarazione fiera «I don’t care, I know you’re gonna hate this song», su una melodia che riecheggia quella di The Kids Are Alright ma più cattiva (e in una canzone che parla di plagi ci sta); e si prosegue, stavolta senza suites, mini-suites o concepts, su strade note: il mid-tempo pesante di Ball And Chain, l’altra dichiarazione My Generation-style della armonicamente prevedibile I Don’t Wanna Get Wise, cosparsa di pizzichi di effetti elettronici qua e là come nel potente Bo Diddley di Detour; poi il fingerpicking di una efficace Break The News, il classico passaggio tra inizio da ballata ariosa che poi si incattivisce e ritorno di Rockin’ In Rage, uno dei brani in cui gli archi incalzano come anche Hero Ground Zero, fino alla strana e intrigante ballad finale She Rocked My World.
Tutto normale, tra arrangiamenti ricchi e stratificati, una buona grinta e tanti, continui echi del loro passato; la perplessità nasce dalla ballata pop Beads On One String e soprattutto dalla poppissima I’ll Be Back, non riuscitissima e con tanto di autotune (!?) – a proposito di cose non richieste a un gruppo come loro (delle tre canzoni bonus dell’edizione deluxe, tutte con Townshend alla voce, This Gun Will Misfire conferma i lati positivi del disco, Got Nothing To Prove sembra un’affermazione che potrebbero fare ora e invece è un demo degli anni ’60 completato ora, mentre Danny and The Ponies è una folk ballad col chitarrista che suona tutto, anche questa ahimè con l’autotune).
Alla fine, come previsto, un disco piacevole, anche se certo non «il miglior disco dai tempi di Quadrophenia» (Daltrey) – a quando una moratoria su questo tipo di dichiarazioni? E considerato che per Townshend «il rock trainato dalle chitarre è finito», perfino un buon risultato: tanto, come dicono nel citato brano d’apertura, All This Music Must Fade…
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