Recensioni

Ci gira la testa – e un po’ girano anche altre cose – e cominciamo ad essere terrorizzati dal mercato delle ristampe. Stiamo dando fondo ai fondi e soprattutto risuonano, anzi tuonano, le teorie di Simon Reynolds e della sua Retromania: è ormai chiaro come il mercato della ri-vendita (intesa come vendita in moto perpetuo) dello stesso prodotto, sia ormai il punto cruciale del mercato discografico. Non passa inosservato, infatti, come la pubblicazione di Live At Hull segua, a distanza di qualche mese, la pubblicazione super deluxe del box Live At Leeds che come bonus, guardacaso, aveva proprio il Live At Hull. Certo, uno sparuto gruppo di eroi che ha acceso un mutuo per accaparrarsi il prezioso oggetto (cui sono seguiti, in ordine sparso, le super deluxe edition di Stones, Velvet Underground, BB King, giusto per citarne alcuni, a dimostrazione di come il mondo delle ristampe 3.0 sia ormai realtà: dalle ristampe con bonus, alle deluxe edition e oggi SuperDeluxe per i più feticisti) c’è comunque stato.
Lanciamo il sasso e non nascondiamo la mano affermando che Live At Hull è forse ancora più bello del monumentale Live At Leeds. Live At Leeds, che oggi è considerato uno dei più grandi live album rock di sempre, era destinato alla vendita sin dalla sua creazione e quindi immancabilmente aggiustato, editato e ripulito, perché degli Who era importante mostrare la potenza, ma anche la precisione. Live At Hull, doppia registrazione del concerto tenuto il giorno successivo, nasce invece come bootleg e racconta forse la vera essenza di Daltrey, Moon, Entwistlee e Townsend.
Il 15 Febbraio 1970 gli Who tennero un doppio concerto: uno pomeridiano, (cd 1) e uno serale (cd 2). Due concerti con tracklist e lunghezza differenti: dodici esecuzioni nell’happy hour, venti nella notte dei sogni. La bellezza diLive At Hull nasce da Heaven And Hell e dal suo attacco impreciso, dalla chitarra di Mr Pete che aggredisce decisa in Fortune Teller e I Can’t Explain, in batterie a volte fuori tempo, a Daltrey che si perde e si ritrova, a cori un po’ imprecisi ma così meravigliosamente garage (come filosofia) Sixties. I piatti di Moon che coprono la chitarra di Townshend in Summertime Blues, mentre il basso di Entwistle pulsa come un’anima in pena. Tutto reale, tutto immediatamente percepibile, nessun overdub. Nel bene e nel male, una band che sta costruendo la storia con la propria fatica e con l’impulsività giusta. Insomma, la verità del rock. Scende la sera, e piovono le stelle di Tommy e Quadrophenia, con una versione di Tommy Can You Hear Me e una di I’m Free da ko tecnico. E’ questa la grande vita di Live At Hull: una resurrezione, quarant’anni dopo.
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