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7.3

Gli ultimi secondi di Hurry Up Tomorrow coincidono con i primi di High For This, traccia d’apertura di House of Balloons, il mixtape con cui un ragazzo misterioso si presentava al mondo tra tappeti r&b rosso velluto, dissoluzione ed erotismo sfrenato. Alla fine, tutto doveva tornare lì: al primo atto della trilogia che ha generato il più grande mito della pop music (e culture) di oggi.

Gli istanti conclusivi dell’ultimo capitolo discografico dichiarato sotto l’alias The Weeknd sono un promemoria potente: Abel Tesfaye è partito dal nulla, ha vissuto uno stile di vita distruttivo, e ha finito per incarnare l’archetipo della pop star intoccabile. L’ultima fase della sua carriera ha preso le fattezze di un viaggio quasi dantesco, un percorso metafisico tra speranze e traumi con l’afterlife come meta ultima. Per questo, il brano di chiusura e title track suona come una catarsi totalizzante. The Weeknd finalmente lo tocca questo aldilà, lo assapora, lo scorge, pronto al grande salto dopo una confessione purificatrice: “Done with the lies, done with the loss. Hope my confession is enough, so I see heaven after life”.

Prima di andarsene, però, Tesfaye orchestra il lavoro più cinematografico, cesellato e maestoso dai tempi di Trilogy. E proprio come un trittico aveva segnato l’inizio, la trilogia After Hours – Dawn FM – Hurry Up Tomorrow chiude il cerchio. Per questo ultimo LP, The Weeknd non bada a mezze misure: accanto ai protagonisti ricorrenti della sua storia recente (Mike Dean, Max Martin, Metro Boomin, Oneohtrix Point Never, Playboi Carti, Travis Scott, Lana Del Rey, Future…) convoca nuovi ospiti di lusso. L’immortale Giorgio Moroder in Big Sleep, Pharrell Williams in Timeless, Florence + The Machine in Reflections Laughing, i Justice in Wake Me Up e Anitta in Sao Paulo danno il loro contributo a un’opera che vuole lasciare il segno.

Se c’è un aspetto che distingue Hurry Up Tomorrow, è la sua narrazione più lucida e riflessiva. Nei testi, il protagonista si sdraia metaforicamente sul divanetto dello psicanalista, riflettendo sull’edonismo, le contraddizioni, il passato, l’amore e le insicurezze. La cornice rimane quella noir e glamour degli ultimi lavori, pomposa e teatrale, con un’estetica urbana intrisa di pioggia, vetro e neon che sfiora il cyberpunk. Sarebbe stato bizzarro rinnegare il massimalismo di un’intera carriera proprio all’ultimo atto, e così tutto si amplifica ulteriormente.

Ma nel voler stupire a tutti i costi, The Weeknd talvolta scivola nel manierismo e nel melodramma. L’intro iper-cinematografica con l’elettronica travolgente dei Justice, il funk carioca distorto e super esibizionista di Sao Paulo, e The Abyss con Lana Del Rey, tragedia epica a tinte fosche, sono esempi di un’estetica portata all’estremo. Eppure, è proprio questa la sua poetica: un’idea di musica e narrazione ultra-pomposa, lontana dal realismo, che trova qui la sua manifestazione più compiuta.

Musicalmente, Hurry Up Tomorrow è un viaggio tra tutti gli stilemi toccati da Tesfaye nel corso della sua carriera, e oltre. Il requiem sintetico di Big Sleep con Moroder, il nostalgico r&b di Enjoy The Show con Future e Niagara Falls, l’elettrofunk hi-nrg di Open Hearts, il synth pop à la Human League di Take Me Back To LA, le ballate crepuscolari come Baptized In Fear e Without Warning, fino all’elegantissimo philly soul di I Can’t Wait To Get There. Ogni passaggio è calibrato, ogni tassello al suo posto, in un’opera che dura un’ora e mezza senza risultare prolissa, ma anzi, sprigionando epicità in ogni sezione.

Abel Tesfaye si confronta con tutto ciò che ha costruito e vissuto, cicatrici, successi, esperienze. E mentre invita il pubblico a riascoltare l’intero percorso che l’ha condotto fin qui, varca la soglia di un nuovo mondo. The Weeknd è morto, ma il suo ultimo lavoro è piombato con tutta la sua maestosità. Ed è eterno.

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