Recensioni

Nel percorso che ha portato alla pubblicazione di After Hours, The Weeknd ha fatto di tutto per suggerire un immaginario affascinante e accattivante, una virata psichedelica e sclerotizzante sul suo status di enfant prodige edonista e disilluso. Abiti rossi, sangue, sale da ballo illuminate di rosso, addirittura i fanali della Mercedes GT Spider che il nuovo Abel Makkonen Tesfaye guida per gran parte del video di Blinding Lights sono dipinti di rosso. Ed è proprio Blinding Lights, più ancora del primo estratto Heartless, a sancire quest’apparente sterzata glam, sospesa tra Nicholas Winding Refn e Terry Gilliam, che nelle intenzioni avrebbe dovuto definire questo nuovo capitolo della sua carriera.
Se Tesfaye, anche sulla scorta della sua particina in Diamanti Grezzi, ci aveva promesso Paura e Delirio a Las Vegas, quello che in realtà confeziona è un disco sospeso, distante, trattenuto, e in definitiva noioso. Noia prodotta divinamente (Alone Again, Faith), ma che noia rimane nonostante una rosa di produttori che spazia da Max Martin, che ha innescato il successo mainstream di Tesfaye con Can’t Feel My Face, a Oneothrix Point Never, alla seconda collaborazione con l’artista dopo la colonna sonora di Diamanti Grezzi. Il disco sembra infatti non partire mai davvero, e quando lo fa siamo già ben oltre la metà del lavoro (Heartless). Anche da un punto di vista di testi The Weeknd sembra aver poco da dire, il suo carisma “bigger than life” traspare a malapena (Snowchild), non possiede l’impatto dei suoi episodi migliori, sostituito com’è da una voce stanca e (troppo spesso) banale, che si guarda allo specchio alla ricerca di perdono e redenzione.
Da un punto di vista prettamente sonoro, il disco è un susseguirsi di pezzi preparativi, ma che in realtà non sono seguiti da reale sostanza, complice anche una scaletta poco efficace (Hardest To Love e Scared To Live, due ballad a-la-Ed Sheeran condite con beat e snare, sono posizionate una di seguito all’altra rispettivamente alla terza e quarta traccia del lavoro). Anche quando l’album propone qualcosa di interessante lo fa in modo talmente prolisso da risultare lagnoso (Escape From LA e la title track, che è comunque l’highlight del disco), mai fresco, divertente e accattivante come The Weeknd ci aveva fatto intendere il lavoro sarebbe stato con Blinding Lights, unico testamento dell’anima pop scoppiettante ereditata da Starboy e Can’t Feel My Face.
In una torre d’avorio tutta sogno, ballardismo e romantiche mestizie, Abel Makkonen Tesfaye pubblica quasi un’ora di musica che è quanto di più dimenticabile abbia prodotto finora.
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