Recensioni

A distanza di ben sette anni da Total Depravity, ultimo album in studio a firma The Veils, la band capitanata da Finn Andrews torna in questo 2023 con un nuovo lavoro dal titolo …And Out of the Void Come Love: un doppio LP introdotto da Andrews come «il risultato tumultuoso di un lungo periodo di sofferenze, isolamento e l’inizio di una nuova vita», e che riprende stilemi e prospettive che hanno reso la band immediatamente riconoscibile, ovvero una densa polpa indie-rock a metà strada tra il più ispirato Nick Cave e i più lugubri e sinuosi Tindersticks, ricalcando orme ed ombre che riconducono a Tom Waits e Leonard Cohen.
Se il predecessore Total Depravity (recensito su queste pagine da Beatrice Pagni) aveva stupito per la sua natura spaventosamente elegante e perversa, in questo nuovo lavoro c’è un filo lungo ed oscuro che sembra ricondurre la band di Andrews ad un rifugio noto ma dalle stanze arredate con nuove forme e sfumature. Quindici brani che restituiscono una geografia di sensazioni – o sentimenti per esser più precisi – nati in seno ad un periodo che ha rimescolato carte, creato muri apparentemente insormontabili, prosciugato quel sentire che è alla base della creazione. Una forma estrema di intimismo – quasi sacrale – che si nutre di oscurità pur lasciando germogliare il seme e la speranza di una nuova vita, forte e lucente come può essere quella derivante dalla nascita di un figlio.
C’è dunque un dualismo di fondo rilevante che spacca l’album in due: dal magnetico dark folk di No Limit of Stars all’essenzialità piano-centrica di Someday My Love Will Come (tra i tanti episodi sacrificati all’estro del Re Corvo Nero), passando per il blues ieratico di Bullfighter (Hand of God), fino ai battiti rallentati della suggestiva Undertow in piena quota Adam Granduciel e soci, la drammatizzazione dei Veils funziona e abbraccia tutte le sfumature promesse. L’altro tronco, il secondo, lascia ancora più spazio all’introspezione segnando un ritorno, quasi commovente, di Andrews a qualcosa che probabilmente aveva solo in parte accantonato: la voglia di (ri)tornare essenziale nella scrittura e negli arrangiamenti (Rings of Saturn, The Day I Meet My Murderer), seguendo la lezione di outsider come Cash e Waits; asciugare il più possibile, scarnificando i testi e lasciando che il cantato diventi spoken word, preghiera, supplica (Cradle Song).
Ascoltando …And Out of the Void Come Love si ha la sensazione di essere partecipi di qualcosa che sta accadendo qui ed ora: la creatura dei The Veils si evolve, soffre e si disintegra davanti ai nostri occhi in qualcosa che ha poco a che fare con quanto ascoltato ormai sette anni fa. Quel ‘quid’ che deve aver sperimentato Cave nel passaggio Birthday Party – Bad Seeds e che ha a che fare con la necessità di ritrovare la propria voce in mezzo al baccano della quotidianità.
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