Recensioni

Finn Andrews riparte da zero, anzi dall’America. Dopo lo sgretolamento della band che lo aiutò a realizzare The Runaway Found, l’esordio che ha decretato l’immediata fortuna dei suoi Veils, per il secondo capitolo si ripresenta con una line-up del tutto rinnovata e un set di canzoni che riflette tutta la fascinazione che il Nuovo Continente ha esercitato su di lui negli ultimi due anni.
Registrato al Laurel Canyon, L.A., con l’aiuto del produttore Nick Launay, Nux Vomica segna a pieno titolo una svolta americana, che rifonda l’identità di questo cantautore finendo per avvicinarlo ai coetanei Bright Eyes e Micah P Hinson, pur tenendo conto di tutte le differenze – di intenti e risultati – del caso.
Una sensazione suggerita da buona parte delle tracce del disco, in cui Finn mette da parte i vecchi umori glam-brit-pop e si appropria prepotentemente di un linguaggio folk con cui esprimere le tematiche romantiche e passionali già sentite nel debutto, a cui si accostano ora visioni legate all’immaginario blues (amore, religione, redenzione, maledizione). Un vigoroso risciacquo in sonorità più aspre e talvolta desertiche, con l’occhio rivolto al suono del Dylan più infuocato (Not Yet), di certo Nick Cave (la title track, l’apocalittica Jesus For The Jugular)e perfino Springsteen (il piano solenne di A Birthday Present); resta presente quello spleen Jeff Buckley / Smiths – non lontano da patetismi – che riveste una buona fetta della sua cifra stilistica, così come certe ascendenze indie pop degli episodi più accattivanti (il country-folk di Calliope, Advice For Young Mothers To Be, la coldplay-ana One Night On Earth). Nonostante l’encomiabile sforzo di maturità, rimane comunque l’impressione che Andrews sia ancora alla ricerca di una dimensione ideale per il suo songwriting; nel dubbio, rimandiamo il giudizio al terzo round.
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