Recensioni

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Sebbene “passato di moda” rispetto ai fasti dei 90s, il cuore marcio del noise-rock continua a battere sottotraccia. E continua a battere anche a casa nostra, perpetuando quella tradizione viscerale che ha da sempre legato il belpaese a un suono che è prettamente americano. Stavolta tocca a un paio di band di vecchie volpi riciclate e di “volti nuovi”. Cominciamo dai “vecchi”: i Turin Horse sono in realtà la gemmazione di furiosi act purtroppo accantonati, come nel caso dei Dead Elephant da cui proviene la chitarra di Enrico Tauraso, o da cui sono fuoriusciti, i Morkobot in cui suonava il batterista Alain Lapaglia. Poco male, visto questo 12” inaugurale – single side con “zoetrope screen-printed” sull’altro, ovvero un complesso procedimento per proiettare immagini attraverso il vinile sul piatto – a nome The Turin Horse, sigla presa in prestito dal film omonimo di Bela Tarr, ambientato proprio a Torino e con protagonista Nietzsche, che sembra una dichiarazione d’intenti bella e buona. Entrambi stabilitisi a Torino, viaggiano in queste tre tracce come un cavallo selvatico imbizzarrito lanciato per le strade della città sabauda: The Regret Song, evidente il rimando agli Shellac nel titolo, è uno sganassone in faccia con tanto di pausa centrale e reiterazione dello schiaffone in faccia; Blame Me è una cover degli Unsane e tanto già basterebbe; la finale The Light That Failed, infine, è una deflagrazione noise-core dal peso specifico elevatissimo e dalla chiosa “ambientale” tanto silenziosa quanto inquietante. Aspettiamo l’album lungo ma ci scommettiamo sopra a occhi chiusi e orecchie devastate.

Da Perugia invece arrivano i Northwoods con questo esordio intitolato distopicamente Wasteland. Della band so poco o nulla (Alvaro Diamanti a chitarra e voce, Federico Mazzoli al basso, Andrea Gentili alla batteria) ma il nome, visto che usano gli strumenti come una clava e hanno un atteggiamento modello panzercorps, mi fa venire in mente quel north-west e quei boschi che nel mio vocabolario si traducono in un solo modo: Tad. Quello del trio italiano però è noise in modalità hardcore con spunti math che fa tornare in mente acts furiosi come gli scandinavi Breach, con quel senso di desolazione che era tipico di certo hc più disperato unito a uno “spessore” delle chitarre che è evidentemente figlio del noise-core. “Pezzi de (hard)core”, dunque, come i mai dimenticati His Hero Is Gone, che risalgono a galla per violenza e devastazione mista a quell’aura di disperazione e disillusione che mena tanto forte dentro quanto spacca fuori, ma tra bassi caterpillar, batteria che è una centrifuga e una chitarra che sembra piallare ciò che resta è tutto l’universo post-hardcore della metà dei novanta e ritornare su veramente come un incubo mal digerito: come un frullatone (di riferimenti generici, sia chiaro) tra Unsane, Converge, Snapcase, His Hero Is Gone, Breach e con una lucida idea “distopica” alla base di tutto, quasi fosse un concept sui tristi tempi a venire.

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