Recensioni

5.8

L’eccellente levriero italiano del titolo e della copertina pare appartenga realmente al batterista, Todd Trainer. L’artwork è opera di Jay Ryan dei Dianogah e come per i precedenti album, nella versione in vinile è stato incluso anche il cd, per incentivare il consumo dello storico formato. Il trio costituito da Steve Albini, Bob Weston e Todd Trainer, in arte Shellac Of North America, è insomma tornato per snocciolare il solito baccanale di misantropico post hardcore, dopo sette anni che non si faceva sentire con un nuovo album. Ma ora eccoli qui, con il quarto capitolo della saga, che segue il micidiale 1000 Hurts del 2000.

Una band come gli Shellac va presa come un assioma immutabile e tutto sommato immarcescibile. Il sound dei tre è il solito compatto e squadrato assalto macilento. Con loro sembra sempre che ci siano degli ingranaggi da oliare, delle congiunture arrugginite da sostituire, delle chitarre usurate da riparare. Il suono degli Shellac è un hardcore cariato che graffia con lentezza e metodica insistenza. Che questo valga un po’ come premessa al nuovo disco è inevitabile, perché Excellent Italian Greyhound non porta con sé nessun cambio di rotta, nessuna novità saliente, niente che lasci pensare al fatto che in sette anni, di solito, molte cose cambiano. La maggior parte dei nuovi brani sono stati già ampiamente rodati dal vivo e si sente. Sono in tre, ma l’affiatamento è talmente alto che sembrano uno. Quello che però manca stavolta è il piglio più isterico, il taglio più efferato. Si propende per un sound maggiormente rilassato e non è un caso che se davvero qualcosa differenzia questo disco, allora quel qualcosa è il piglio recitativo di alcuni brani, si senta il talkink singing quasi doo woop di Genuine Lulabelle.

Si parte bene, attaccando con la declamante The End Of The Radio, ma si affoga già dal secondo brano nella variante più morbida della tipica punk song albiniana. In certi frangenti sembra di sentire gli Helmet che a metà carriera si misero a sedere e i dischi sembravano non avere distorsione, anche se ne erano pieni. Insomma, conoscendoli, uno dagli Shellac non si aspetta certo una rivoluzione, ma che almeno il disco non suoni moscio e privo di mordente, questo sì. Probabilmente, per uno come Albini, che è passato per le Songs About Fucking e le sfuriate dei Rapemen, non ci può essere peggior insulto, ma questo sembrano gli Shellac nel 2007: mosci. Speriamo non sia necessario una dose di viagra per farli rinvigorire ancora. 

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