Recensioni

Continua la sua scalata nell’Olimpo del rock duro la RobotRadio. Stavolta il buon Paternoster unisce le forze in metallica joint-venture con un’altra congrega di pazzi, quelli di DonnaBavosa cui dobbiamo ottimi fumetti, musiche e buona dose di autoironia e demistificazione.
Risultato dell’unione è il secondo album dei Dead Elephant, terzetto da Cuneo pronto a distruggerci le orecchie in virtù di un suono che rievoca il noise-core dei mid-nineties attualizzato in maniera personale ai canoni del terzo millennio. Suono perciò potentissimo, chitarroso e granitico, come un mix da sfracelli tra gli Unsane degli esordi, i sottovalutati Dazzling Killmen e i Breach espressionisti di It’s Me God. Ma anche instabile e fluttuante, umorale col suo oscillare tra schizofreniche epilessie da hc free-form (in Post Crucifixion, è complice il sax dell’ospite Luca Mai, Zu) e pneumatici vuoti ambientali della parte centrale dell’album, che danno a Lowest Shared Descent un aura altra rispetto ai canonici nomi di riferimento. Black Coffe Breakfast e Abyss Heart lanciano sonde nel futuro possibile di questo trio aprendo squarci di malefica ambient-industrial nordica prossima al collasso e psichedelia agonica e disturbante. Pachidermico verrebbe da dire giocando col nome, ma perfettamente messo a fuoco nel suo essere apocalittico e sottilmente devastante.
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