Un rivolo di sangue vi seppellirà. L’epopea Unsane

Non c’è nulla di così pervasivamente newyorchese come gli Unsane. Affermazione tosta se si pensa ai tanti che hanno riportato su pentagramma quel misto di fascino e ripugnanza, sensualità e violenza, lussuria e sporcizia tipico della Grande Mela. Velvet, Suicide, Swans, Foetus, Sonic Youth, la no-wave (con No New York a fungere da manifesto) tutta, giusto per far qualche nome. Un (neanche tanto) sottile filo rosso (sangue) che unisce gente che ha celebrato la città dalle mille contraddizioni esaltandone aspetti e peculiarità. Ognuno a suo modo, ma nessuno come gli Unsane. Dalle ripugnanti cover che superavano la limitatezza del formato copertina per farsi immaginario di un realismo stordente, al suono sempre tirato allo spasimo, cacofonico, oltre ogni limite, sorta di rielaborazione tentacolare e devastante di un modo di vivere, ogni singola componente del mondo Unsane è un concentrato di violenza metropolitana pura tipicamente newyorchese. Anzi, del Lower East Side pre-cura Giuliani a voler essere precisi.

Nella sua forma nuda e cruda. Senza tentazioni pop, coinvolgimenti arty o appigli nel mainstream, se è vero che la formula ripugnante e incompromissoria dei tre ha vagato per alcune delle più malfamate label americane – City Slang, Matador, AmRep, Relapse per finire con Ipecac e Alternative Tentacles – sfiorando anche la distribuzione major targata Atlantic per Total Destruction. Certo, erano i tempi dell’affaire Nevermind, e un contratto non si rifiutava a nessuno, ma gli Unsane erano veramente troppo per una major, che infatti li abbandonò al proprio destino giusto l’anno dopo.

Una storia, quella del trio newyorchese, lunga ormai un ventennio abbondante e costellata non solo da una corposa messe discografica – sette album ufficiali, una miriade di singoli, un paio di compilation a riannodare le uscite minori e un’altra manciata di live e Peel Sessions – quanto da una particolare concordanza tra “arte” e vita reale che da la misura di come il percorso targato Unsane sia inscindibile dall’immaginario evocato. La morte del batterista Charlie Ondras per overdose nel 1992 e l’agguato (quasi)mortale subito dal frontman Chris Spencer a Vienna nel 1998, sono soltanto due degli estremi che hanno contraddistinto la storia della formazione americana. Come a dire, non siamo qui a fare gli scenester.

Dopotutto, rivestire la propria offerta musicale di una simile dose di violenza, esorcizzabile o meno, sembra aver avuto una doppia vettorialità, trasudando verso le vite reali dei propri artefici in maniera devastante. Quasi che gli Unsane fossero la colonna sonora “reale” delle (dis)avventure del Patrick Bateman di Ellisiana memoria, ma depurate dell’aspetto yuppi-edonistico dei maledetti anni ’80 e calate in un immaginario violento senza tempo.

Tutto comincia nella New York di fine ’80. Incontratisi come nella miglior tradizione rock al college, il Sarah Lawrence College, per l’esattezza, Chris Spencer (voce, chitarra), Pete Shore (basso) e Charles Ondras (batteria) sono assimilabili al classico power-trio alla Big Black che si aggira per le zone più malfamate delle sonorità (e non solo) all’epoca in voga nella Big Apple. Gente poco raccomandabile del calibro di Pussy Galore, Helmet, Cop Shoot Cop, Surgery, con cui spesso i tre hanno fatto comunella (vedi alla voce Action Swingers o Boss Hog), accasata spesso se non sempre tra Touch’n’Go e Amphetamine Reptile e che si diverte a dissacrare il rock a colpi di rumore e immaginario violento tutto. Una genia di drop-out che si guadagnò la sarcastica definizione di pigfuckers da parte di qualche critico cittadino, trafficando con una idea sonora che calava la violenza dell’hardcore in una dimensione rock-blues portata al massimo livello di rumore.

Il battesimo di sangue è targato 1991 e mai modo di dire fu più appropriato. La cover di Unsane, esordio che seguiva la release di qualche singolo ormai introvabile e straquotato come i 7” This Town (Treehouse, 1989), Vandal X (Sub Pop, 1990) e Concrete Bed (Glitterhouse, 1990), mette subito i proverbiali puntini sulle i. La foto ritrae il corpo esanime e decapitato di un suicida buttatosi sotto un treno della metro cittadina. Così, senza filtri e senza intermediazioni, gli Unsane davano il benvenuto al mondo imbrattandolo di sangue.

La musica non era da meno. Preso a prestito il clangore post-industriale di concittadini illustri come Swans e Foetus, i tre non si limitavano alla rendition pura e dura, ma lo applicavano come nella miglior tradizione del Lower East Side al rock, con pesanti infiltrazioni nichilistiche di matrice punk e su un sostrato neanche tanto velatamente blues. Certo, l’aver iniziato a provare condividendo la sala prova con Pussy Galore e Cop Shoot Cop di sicuro ha aiutato, ma è da subito evidente che non c’è proprio futuro nella voce filtrata e sgozzata di Spencer così come nella sua Fender Stratocaster stuprata, come lo slogan più famoso del punk inglese ci ha insegnato. Ugualmente nell’interplay della sezione ritmica, all’epoca composta dal citato Ondras e da Pete Shore, non c’è nulla che non sia un pachiderma in overdrive. Spie al rosso e amplificazione su ogni strumento per creare un wall of sound incrementato dalla cessofonia con cui l’album è registrato. Nonostante tutto, pezzi come Vandal X, Organ Donor, Streetsweeper e Bath restano capisaldi innegabili e pietre di paragone per comprendere non solo l’Unsane sound, ma tutto il milieu “socio-culturale” da dove provenivano i tre.

La raccolta di singoli Singles 89-92 se possibile reitera le coordinate sonore, e non, del debutto. Assommando cioè non solo le urticanti distorsioni di un sound che era già classico, con la collezione di singoli ed estratti da compilation varie (un solo inedito, la Blood Boy mixata da Wharton Tiers, all’epoca producer di molti reietti del giro newyorchese), ma riproponendo la raccapricciante estetica che sarà trademark con una copertina che manco i peggiori incubi del citato Ellis potrebbero uguagliare. Un bagno completamente imbrattato di schizzi di sangue successivi ad una mattanza fatta di furia cieca e abominevole, senza remore né bricioli d’umanità.

Eravamo felicissimi di poter gestire da noi tutto il processo legato all’artwork, affermava tempo addietro Spencer. Sono cresciuto con l’immaginario splatter e gore e mi è sempre piaciuta l’estetica. Se consideri poi che il sangue in epoca di aids e altre malattie simili è una sorta di tabù, ecco che si possono trovare altre implicazioni che esulano dall’immagine gore.

Ascoltare il suo urlo lancinante nella conclusiva Concrete Bed vale più di mille parole o di trattati di sociologia sulla violenza metropolitana, soprattutto se si pensa alle organiche devastazioni tra sangue, piscio, iconoclastia e brutalità di Andres Serrano, cronologicamente limitrofe alle scorribande della Spencer family. È New York, baby, con le sue brutture e i suoi estremismi. Non la città à la page del terzo millennio, ma un posto realmente violento, sporco, moralmente devastato e pericoloso. Spencer stesso non ha mai perso occasione per ricordare come i tempi di Dinkins e Koch – rispettivamente sindaco n° 106 e 105 di NY prima dell’avvento del celebrato (?) Giuliani – non fossero così tranquilli e friendly. All’epoca New York era veramente un posto violento e questo faceva da deterrente per la gente tranquilla, poco attratta dalla città. Ora praticamente chiunque può venire e girare senza pericolo, dichiarava tempo addietro il nostro.

Sia come sia, gli Unsane hanno ormai fatto breccia e nel 1993 a distribuire il secondo album Total Destruction – cover quasi normalizzata di un pick up insanguinato – è addirittura la Atlantic, tanto pronta nell’acquisire il terzetto quanto nello sbolognarlo giusto l’anno seguente, restituendoli con la fedina penale immacolata a quella integrità da sottobosco consona alla cifra claustrofobica del progetto. Già l’opener mette in chiaro che della distribuzione major ai tre frega poco, anzi praticamente nulla. L’urlo di Body Bomb sembra la riapertura della parentesi chiusa con la compila di singoli, anche se le atmosfere sono meno opprimenti e il blues attraversa come una ferita mai rimarginata tutto l’album. In questo senso, il drumming del nuovo Vinnie Signorelli è meno ossessivamente tribale e grezzo rispetto a quello del compianto Ondras e sembra organizzare al meglio una materia sonora come al solito aggressiva e al limite del cacofonico.

La scelta di pubblicare un video ufficiale (proprio l’opener Body Bomb) alternando take live in studio alla sottotrama di un kamikaze che si prepara a far saltare in aria il proprio corpo, poi, sarebbe impensabile oggi nell’America post-9/11, ma è l’ennesima occasione per comprendere in profondità l’universo Unsane.

Gli Unsane hanno ormai fatto breccia lo stesso, nonostante lo scarico immediato da parte della Atlantic. Se anni dopo esperienze apparentemente lontane geograficamente e come background come gli svedesi Entombed (che non a caso coverizzarono il classico Vandal X) additano proprio i newyorchesi quali grossa ispirazione per la svolta -core e se a distanza di quasi un quarto di secolo la loro potenza di fuoco e il culto trasversale che li accompagna sono ancora intatti, una motivazione ci sarà. Gli Unsane hanno creato una sorta di trademark ispiratore per moltissimi gruppi anche di area extra noise-rock, eppure nonostante i tributi, gli omaggi, l’ispirazione da moltissimi professata, il suono Unsane è solo il loro. Riconoscibilissimo nella sua efferatezza e nel suo essere insieme rotondo, corposo, grasso pur se costruito con essenzialità estrema. Aggressivo oltre ogni limite eppure dotato di una sorta di groove atavico. In overdrive ma pur sempre evidente nella sua forma canzone. Eppure è unico. Il suono Unsane ce l’hanno solo gli Unsane. Punto.

L’aneddoto raccontato da Spencer in una intervista a SpaceCityRock.com e relativo all’unica data suonata coi Melvins – è proprio durante un live dei Melvins dello scorso anno che gli Unsane entrarono in contatto con Jello Biafra per la release di Wreck – è esilarante e nello stesso tempo significativo di ciò che nel corso degli anni, con una reputazione guadagnata a sudore e colpi di watt, il trio del Lower East Side ha finito col rappresentare. È il 1994. King Buzzo sta testando Stoner Witch da portare in Europa e chiede ad un attonito Spencer se può suonare prima lasciando gli Unsane come main act. “Oh my God, we’re playing after the Melvins”, l’esterrefatta affermazione di uno sbalordito Dave Curran tra le risate generali.

A conferma della crescente considerazione nel giro che conta, nello stesso ’94 escono le ormai classiche Peel Sessions registrate presso la BBC su invito di mr. John Peel himself. L’album è una sorta di prova del nove per il trio. Dentro quello studio storico, con una sorta di live in presa diretta privo di limature e interventi tecnici sul suono, si può testare il potenziale degli Unsane come espresso al meglio negli infuocati live con cui si sono fatti conoscere. Registrate in due sessioni (maggio del ’91 con ancora Ondras dietro le pelli, e novembre ’92), si dividono in due blocchi: il medley rumoroso di Organ Donor/Street Sweeper/Jungle Music/Exterminator più la Bath dal self titled, sono un excursus doloroso nell’incompromissoria formula sguaiata dei tre. La session dell’anno successivo, con Vinnie Signorelli alla batteria, invece vede il rodaggio di pezzi come il citato cavallo di battaglia Body Bomb o Broke, che finiranno poi su Total Destruction e avviene – tanto per rinnovare il legame tra arte e vita reale che segna tutta la parabola Unsane – col cadavere di Ondras ancora caldo.

Il terzo album, Scattered, Smothered & Covered, è più di un ritorno alle origini. Non solo il rapido passaggio mainstream non sembra aver intaccato la carica nervosa dei tre e il sound non pare aver perso una stilla in efferatezza: unica eccezione, la defezione di Pete Shore e l’ingresso al basso di Dave Curran. A pubblicare è infatti l’etichetta al tempo più disturbante del panorama americano, la Amphetamine Reptile di Tom Hazelmyer, stanziata in quel di Minneapolis ma praticamente col cuore inchiodato nei sobborghi più malfamati di NY. Il disco migliore del neo-terzetto ha il suo apice, insieme al blues martirizzato di Alleged con quell’armonica così diabolicamente sensuale, in Scrape, un concentrato di tensione noise in cui tutto è distorto e smostrato che si distingue per il suo video. Registrato per poco più di 200 dollari, ebbe paradossalmente un buon passaggio su MTV con una amatoriale ripresa dei tre in sala prove alternata a una serie di atroci incidenti con lo skate. Sarcasticamente, proprio il pubblico preferito dell’MTV d’epoca.

Lo iato più ampio della prima fase degli Unsane – dal ’95 di Scattered… al ’98 di Occupational Hazard – è riempito discograficamente da due strenne come i live Attack In Japan e l’Amrep Christmas, ma più che altro dal tour di supporto ai Neurosis. Se i primi ci danno la misura, in condizioni e circostanze diverse – il primo registrato nel 1995 al Shinyuku Loft di Tokyo; il secondo alla festa di Natale dell’Amphetamine! – del portato live della band, è il vederli chiamati come supporter del tour europeo da quello che all’epoca era uno dei nomi più grossi dell’underground mondiale l’evento principale. Certo, di fronte alla devastante e apocalittica forma dei Neurosis a cavallo tra i capolavori Enemy Of The Sun e Through Silver In Blood, chiunque sarebbe apparso un gruppetto di educande. Ma se lì i cinque dell’apocalisse sfruttavano un immaginario filo-antro-spirituale ampissimo per riferimenti e portata, i tre newyorchesi macinavano di brutto di pancia, tra sudore in quantità e spie sempre al rosso, finendo anche col conquistarsi l’onore di accompagnare la band californiana nelle jam tribali che concludevano i live. Veri sabba noise in cui la Spencer family faceva la sua porca figura.

Occupational Hazard (1998) esce per Relapse ed è il momento della svolta. Non in termini commerciali o stilistici, ovvio: il disco non si discosta dal precedente e non fa breccia che nei die-hard fan. Pur mostrando qualche minima crepa, una sorta di stanchezza generale dopo anni di attività intensa e dispendiosa, funziona al solito col suo rodato noise-rock dai tempi meno parossistici (Over Me è in questo senso esemplare ma anche Committed è di diritto iscrivibile nell’epireo dei classici Unsaniani) e con qualche svisata bluesy e groovey (Humidifier, Sick) sempre più in evidenza nella struttura dei pezzi. È la svolta perché durante il tour promozionale si verifica quella convergenza tra arte e realtà che spesso ha sfiorato gli Unsane e che stavolta lascia il povero Spencer semimorto in una stradina di Vienna dopo una brutale aggressione a scopo di rapina. Era un giro promozionale per promuovere proprio Occupational Hazard, voluto dalla Relapse, la label che produceva il disco e che si aggiungeva a quel rosario di estremisti e reietti con cui è disseminata la discografia del trio americano.

Il fattaccio, oltre che bloccare temporaneamente l’attività live del trio e avere delle ripercussioni non solo fisiche su Spencer, segna il futuro degli Unsane. Spencer infatti una volta ripresosi, abbandona la casa-base New York e si trasferisce dall’altra parte degli States, troncando quel cordone ombelicale con la Grande Mela mai avvenuto in precedenza. Il commiato dalle scene appare a questo punto inevitabile. Il silenzio cala su una delle esperienze più seminali e incompromissorie che la pur malvagia NY abbia saputo accogliere. Passano infatti anni prima che degli Unsane si abbia qualche notizia.

Nel 2003 la Relapse pubblica Lambhouse, una raccolta che tira le somme in 23 tracce audio nel cd e altrettante nel dvd, coi 4 video ufficiali – Sick, Scrape, Alleged e Body Bomb – e una serie di set catturati tra un più recente live al Northsix di Brooklyn nel 2003 e chicche sparse tra il mitico CBGB’s nel 1996, il Golden West di Albuquerque nel 1994 e tre pezzi (Broke, HLL e Vandal X) addirittura del 1992. Un buon preambolo per anticipare il rientro in pista del trio con Blood Run (2005) sempre per l’etichetta di Philadelphia. Meno groove (Latch), più ossessività e aggressività dritta in faccia (Release, D Train) con pochi momenti in cui la guardia si abbassa (il bluesaccio impantanato di Recovery).

Il ritorno arriva senza grosso clamore e se le critiche sono altalenanti, il pubblico sembra essere preso da altro. L’album ha infatti la sfortuna di capitare quando da NY ci si aspetta roba più arty e Williamsburg è ormai il cuore pulsante del fermento cittadino. Akron/Family, Oneida, Black Dice, per fare dei nomi, sono i referenti di una moltitudine di artistoidi in grado di fare del post-modernismo free in musica una cifra musicale non omogenea ma riconoscibile per dinamiche e attuazione e in cui poco spazio sembra esserci per roba viscerale, di stomaco, priva di compromessi.

La cosa sembra non interessare molto gli Unsane. Da quei sobborghi cristallizzati in cui si trova da sempre Spencer – New York si è imborghesita, ma io vivo in una sorta di isola old school e ho molti degli amici che avevo 20 anni fa. Certo, la città è cambiata ma se ci vivi da tempo e sei circondato dalla stessa gente per molto tempo, alla fine non è che sia così diversa. E finché il mio affitto rimarrà così economico, penso di rimanerci a lungo – esce un cazzotto in faccia senza un minimo di interesse per qualcosa che non sia the own thing. Sotto silenzio, insomma, ma mai sotto botta.

La ruota sembra aver ripreso a girare a mille se è vero che solo due anni dopo vede la luce Visqueen (2007), da noi definito “quasi una versione in technicolor di Scattered, Smoothered & Covered” a sottolineare il legame mai interrotto con un suono che è forma mentis del trio. Quasi l’unico sound possibile, stando a ciò che dice Spencer: Probabilmente è per essere circondato da amici incasinati con le droghe e per il mio vivere in maniera in maniera distaccata. La mia vita non è cambiata molto negli anni. Se mi fossi sposato e avessi avuto dei bambini, probabilmente ora suonerei country songs. Ma non è successo. Lo stomp mid-tempo di Last Man Standing, sofferto e catramoso, le aperture quasi country di Against The Grain e la sofferenza al ralenti di Only Pain non inficiano il portato -core del trio, come dimostra This Stops At The River, tra armoniche e devasto psicotico da serial-killer in procinto di uscire a caccia.

Sia come sia, una certa capacità strumentale acquisita in vent’anni di carriera e palchi devastati ha lasciato il segno e seppur privo di grossi picchi, Visqueen è un graditissimo ritorno che riaccende la lampadina dell’ascoltatore: Le cose sono cambiate per noi, ovvio. Quando iniziammo a suonare non guardavamo nemmeno in faccia il pubblico; volevamo solo fare rumore e convogliare le nostre frustrazioni senza preoccuparci di quello che pensava la gente: solo noise, noise, noise. Adesso abbiamo più autocontrollo e forse anche qualche melodia in più. Diciamo che sono migliorato nel gestire la mia chitarra e esprimere qualcosa in più del semplice odio.

Il resto è storia di questi giorni. Di nuovo dati per persi per cinque lunghi anni, gli Unsane se ne escono con un album, Wreck, che è una bomba e tornano a calcare palchi per una serie di date che toccheranno vari festival in giro per l’Europa e pure la nostra penisola. Di nuovo le dinamiche che hanno portato il trio a firmare per la Alternative Tentacles sono le stesse che tempo addietro li portarono alla Ipecac e prima ancora alla AmRep: Jello Biafra li ha visti suonare dal vivo e essendosi reso conto di come il sound dei tre non avesse perso una stilla della sua potenza disturbante, nonostante gli ormai 20 anni abbondanti di carriera, li ha voluti per la sua label. Come a dire, lasciamo che a parlare per noi sia il nostro suono e la nostra musica. Una musica fastidiosa, urticante, distorta e pericolosa non solo per l’apparato uditivo di chi ascolta. Una musica che è un vero e proprio rivolo di sangue pronto a seppellirci tutti.

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