Recensioni

La genesi di Henry St, sesto album in studio di The Tallest Man On Earth, non è proprio uno spot per il green, contrariamente a quanto imporrebbe l’odierna narrazione dominante. Con l’inizio della pandemia e relativi lockdown, Kristian Matsson, colui che si cela dietro l’alias attivo da una quindicina d’anni, ha lasciato New York per tornare alla sua fattoria nella natia Svezia e curare il suo orto. Solo quando ha ricominciato ad andare in tour l’ispirazione gli è tornata e si è rimesso a scrivere musica «come un matto».
Quindi viaggi, spostamenti, concerti, fare cose, vedere gente, con tutto il carico di emissioni nocive che ciò comporta. Ahi ahi ahi. «Quando sono in movimento posso concentrarmi sul mio istinto e sognare di nuovo a occhi aperti», ha spiegato lui. Anche perché il lavoro, in uscita per ANTI- e prodotto da Nick Sanborn (Sylvan Esso), è parecchio partecipato. Per la prima volta, infatti, il composer ormai prossimo quarantenne (spegnerà le candeline alla fine di questo mese) ha registrato insieme a una band. «Per tutta la carriera sono stato una persona DIY, il più delle volte alimentata dalla sensazione di non sapere cosa stessi facendo», ha affermato il folksinger, che invece adesso cosa fare lo sa eccome, a cominciare dal chiamare in studio i suoi amici.
A lui si sono aggiunti Ryan Gustafson (chitarra, lap steel, ukulele), TJ Maiani (percussioni), CJ Camerieri (fiati) e Rob Moose (violini), entrambi già turnisti con i Bon Iver, Phil Cook (tastiere) e Adam Schatz (sax), col fine di arricchire le composizioni di capitale sonoro ma anche umano («Hanno capito che le canzoni avevano bisogno di un suono che da solo non sarei riuscito a creare»). Sono infatti energia, positività, divertimento e condivisione le cifre dominanti di Henry St, che comunque mantiene quella qualità personale, intimista ma allo stesso tempo leggera che ha sempre caratterizzato le opere targate Perticone. Il tocco felpato e melodrammatico della casa resta immutato. I riferimenti principali sono sempre gli stessi, Joni Mitchell, Laura Nyro, Vic Chesnutt, Jason Molina e compagnia, però declinati in chiave collettiva in un’ode alla gioia peraltro lei sì bucolica (abbondano riferimenti allegorici a fiumi, monti, giardini), profusa a mezzo di 11 tracce affatto criptiche. Anche i passaggi più compassati come la title-track han dentro il fuoco e pulsano di vita. Suonare è vivere, e Henry St è suonato, hai voglia, ma non in modo caciarone bensì a dare un senso alle idee del Nostro, pur restando nel solco dell’istinto, perché «quando stai lì a pensare – ha ammesso lui – finisce che ti allontani dalle idee originali. E quando io sono solo penso sempre troppo».
L’opening Bless You è un benedicente manifesto alla bontà delle cose per come vengono (nella fattispecie, benissimo) e allo stare in pace col mondo, laddove Looking For Love palpita di un’inquietudine («Ho ancora dei demoni in me») plasticamente resa in musica dall’arpeggio di sei-corde ma sprizzata da una melodia pop molto anni ’70 in odore di Supertramp. Per parte sua Every Little Heart, brano nervoso e dolente scelto come singolo di lancio, presenta una base ritmica quasi free-jazz su cui dialogano blues e delicato fingerpicking a ricordare l’amato nume tutelare Bob Dylan, anche se l’ultima parola pare mettercela lo Sting di una Shape Of My Heart (a proposito di cuori) preso però da spasmi thomyorke-iani.
Slowly Rivers Turn è invece appunto di viaggio di un menestrello naturista animato dagli spiriti gemelli di Byrds e Creedence Clearwater Revival, con un tocco di Toto nel ritornello. E se un tempo l’Uomo Più Alto Sulla Terra potevi trovarlo a suonare da solo in una chiesa evangelica, con l’epica e springsteen-iana New Religion lui e i suoi sodali paiono andare insieme alla ricerca di una nuova dimensione spirituale presso l’altare di reverendo Cleophus James.
Altri passaggi rimarchevoli (ma mi sa che alla fine li abbiamo detti quasi tutti) sono Major League, impregnata di folk agreste, In Your Garden Still, che disegna albe rurali mozzafiato, e Foothills che chiude il lotto in chiave pedemontana a conferma che gli ortaggi a chilometri zero non erano forse una così cattiva idea. Il che non vuol certo dire che quelle di Matsson siano braccia rubate all’agricoltura.
Amazon
