Recensioni
The Tallest Man On Earth
I Love You. It's a Fever Dream
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Fabrizio Zampighi
- 7 Maggio 2019

Il folk è una brutta bestia. La sua forma più pura è “nuda” per natura, e prevede che non ci siano grosse vie di mezzo quando si tratta di interpretarla: o sei uno con molte cose da dire e una personalità capace di suonare “significativa”, oppure rientri in quell’ampia categoria di musicisti sufficientemente capaci da essere considerati credibili, ma che pagano pegno sulla distanza, magari con una produzione musicale che cincischia senza affondare mai il colpo. Insomma, di gente come Bob Dylan, Joni Mitchell, Laura Nyro, Vic Chesnutt, Jason Molina, o anche solo Tom Brosseau, Laura Marling, Jolie Holland, Laura Gibson, Josephine Foster, non ne nasce tutti i giorni.
Il buon The Tallest Man On Earth – ovvero lo svedese Kristian Mattson – rientra probabilmente nella categoria degli appassionati entomologi del genere, ma senza il pallino del vero genio. Sia chiaro, se l’è sempre cavata bene: piglio sicuro, voce struggente un po’ à la Donovan, un equilibrato canzoniere in fingerpicking e col cuore in mano, anche quando in dischi come There’s No Leaving Now guidava col santino di Robert Zimmerman sul cruscotto. Per poi concludere di dover rimescolare le carte per non rischiare di essere rinchiuso nel club dei soliti epigoni fissati con l’eredità dylaniana, magari virando verso il folk-rock evocativo e morbido racchiuso in dischi come Dark Bird Is Home, in cui in certi episodi, come ad esempio Darkness of The Dream, si finiva addirittura per sfiorare un mood à la U2 dei tempi d’oro. Eravamo nel 2015, e a dire il vero il risultato non ci parve troppo soddisfacente ai tempi: un po’ di mestiere, forse anche sbagliata l’idea di aggiungere un’eco qui e una batteria là per centrare certe estetiche più contemporanee, senza invece comprendere che il lavoro andava fatto a monte, al momento della scrittura.
E dunque, come è questo I Love You. It’s a Fever Dream.? Da un lato denuncia la voglia di non abbandonare quella bambagia onirica e tagliata sulla facile catarsi da parte dell’ascoltatore (ampie pennate di chitarra acustica, voce e pianoforti riverberati, crescendo strategici, ecc…), dall’altro colleziona alcune ottime canzoni, cercando paradossalmente di raggiungere un’intimità maggiore rispetto a quanto fatto dal predecessore: per dire, brani come Hotel Bar o The Running Styles Of New York dopo un paio di ascolti ti restano già in testa, in un episodio come There’s A Girl pensi a Bob Dylan senza che la cosa sia fastidiosa, e persino una My Dear con quella grancassa in stile Mumford & Sons appena accennata in sottofondo si fa apprezzare. E poi il fingerpicking circolare di What I’ve Been Kicking Around, con quel vago sapore caraibico in qualche passaggio, e persino brani come I’m A Stranger Now, in cui l’attitudine piaciona e romantica ormai parte del DNA del musicista convive con una buona scrittura.
È vero, alla lunga ci si annoia un po’, anche perché gli arrangiamenti non è che varino granché, in quello strano limbo non abbastanza pop per essere pop e non troppo folk per essere solo folk in cui galleggiano. Eppure c’è anche della sostanza in un I Love You. It’s a Fever Dream, che ci pare tutto sommato un mondo migliore rispetto al Dark Bird Is Home che citavamo poc’anzi.
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