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È stato un atteso ritorno quello di The Tallest Man On Earth, al secolo Kristian Matsson, sbarcato in Italia per quattro date divise tra Torino, Roma, Ravenna e Brescia, dove il cantautore svedese ha registrato un sold out complessivo forse insospettabile ai più, ma senz’altro foriero di grandissime aspettative.

È indubbio, infatti, che il giovane singer/songwriter sia da un paio d’anni a questa parte – più o meno all’altezza del pitchforkiano Best New Music assegnatogli all’uscita di The Wild Hunt, nel 2010 – sotto l’attenzione di tutti coloro che hanno seguito la rinascita della tradizione country-folk, e ancora di più dopo la release del terzo album, quel There’s No Leaving Now uscito a maggio scorso, chiamato a confermare – o smentire – le attese. E non poteva essere altrimenti, visto il paragone, a tratti scomodo, con Bob Dylan e la sua ingombrante eredità.

Fortunatamente, Matsson non si è mai preoccupato troppo di chi lo ha definito fin dagli esordi – e senza possibilità di ricorso in appello – solo un interprete/emulatore del culto dylaniano. Lo ha dimostrato giovedì scorso sul palco dell’Almagià di Ravenna, regalando al pubblico una prova live impeccabile non solo dal punto di vista dell’esecuzione, ma anche e soprattutto della personalità musicale.

Opening act del concerto gli inglesi Dan Haywood’s Newhawks, trio capitanato dall’omonimo cantante e chitarrista, che hanno saputo precedere il protagonista della serata in maniera più che convincente, con gli accenti di un irish folk ben costruito sugli intrecci tra violino e mandolino.

Poco dopo, The Tallest Man On Earth fa il suo ingresso sul palco, regalando alla platea oltre novanta minuti di musica perfettamente in equilibrio tra la miglior lezione cantautorale degli ultimi settant’anni –in primis, Woody Guthrie e il già citato Dylan, senza dimenticare le declinazioni black del blues del Mississippi – e personalissimo carisma, complici quella vocalità graffiante e spezzata e quel liquido destreggiarsi sulle corde della chitarra acustica che ne hanno fatto il marchio di fabbrica. Ma c’è di più oltre la semplice tecnica, perché quello che coinvolge e accende gli ascoltatori è la suggestione di una musica che, nonostante l’inevitabile logorio del tempo e i limiti del genere, riesce ancora a suonare subito riconoscibile e perfino attuale. Matsson ha dato prova che si può andare oltre l’ispirazione e i riferimenti, oltre l’ombra dei propri idoli, attraverso una serie di canzoni che portano con sé il carattere di un’originalità tutta personale, sempre giocata sul filo dello spleen emotivo.

Difficile rimanere indifferenti davanti alla ruvida urgenza dei brani – sapientemente dispensati tra i migliori di sempre e i più significativi dell’ultimo album -, che di volta in volta trasportano nei polverosi territori delle highways kerouchiane o nello sconfinato orizzonte nordico della terra d’origine. La dimensione live, dunque, diventa emblema e messa a fuoco dell’essenzialità delle canzoni, una trasposizione pressoché fedele del disco che però può concedersi il lusso di abbandonarsi all’emozione del palco.

“I don’t consider my work to be a part of any tradition. This is how I play, this is how I write songs”: a fine spettacolo, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di arcano, lontano e radicato quanto la musica stessa. Nessuna novità, nessuna rivoluzione, ma chi ne ha davvero bisogno? Il debito di riconoscenza verso i grandi prima di lui è stato estinto, l’Uomo più alto sulla terra è cresciuto e cammina con le sue gambe.

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