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7.1

Che Bob Dylan sia ancora un punto di riferimento importante – e come potrebbe non esserlo? – per tutta una schiera di cantautori affezionati al folk più essenziale e ruvido, non è una novità. Se qualche anno fa Pete Molinari sintetizzava in A Virtual Landslide tutto il suo immaginario estetico Sixties da Greenwich Village, ora c'è The Tallest Man On Earth – al secolo lo svedese Kristian Matsson – a riprendere inflessioni vocali e purismo estetico del musicista di Duluth, riuscendo nel contempo a costruirci attorno un culto piccolo ma fedele. Due dischi all'attivo – un discreto Shallow Grave del 2008 e un The Wild Hunt di due anni fa finito direttamente nel pitchforkiano generatore di hype “Best New Music” – registrati con una chitarra acustica in fingerpicking e un timbro vocale (esercitato, consapevole, riconoscibile) che riporta allo Zimmerman più antico e brumoso. Quest'ultimo vera forza di Mattson, assieme a un'invidiabile fluidità tecnica sulla sei corde e a una spiccata naturalezza nello scrivere buone melodie educatamente in bilico tra citazione e personalismi.

Materiale solido e capace di camminare con le proprie gambe, come dimostra anche un There's No Leaving Now differente dal passato giusto per qualche arrangiamento e foriero di una sostanza musicale che rimane il solito procedere spediti tra melodie in maggiore/minore e singing volutamente strascicato. Qualche eco differente per la voce, certi tempi country appena abbozzati (To Just Grow Away), un pianoforte a mitigare la voglia di un cantautorato meno aderente ai modelli (There's No Leaving Now), una chitarra elettrificata (Criminals): i cambiamenti sono tutti qui e paiono più aggiustamenti di rotta tesi a non sconvolgere un quadro generale già di per sé perfettamente a fuoco, che non novità vere e proprie.

Del resto The Tallest Man On Earth è soprattutto metodo (in puro stile nordico) e buone intuizioni, per forza di cose lontano dall'impatto rivoluzionario di Dylan. Un discorso che vale per musiche a loro modo razionali e ben quadrate, ma anche per testi che richiamano più una dimensione personale che il fraseggio tagliente e cinico del padre putativo. Anche se alla fine ti ci ritrovi comodo nella poetica di Mattson, forse per quella semplicità diretta e naturale che scaturisce dall'insieme. Quasi si parlasse di un blues ripetitivo su cui distendersi e immalinconirsi, ben sapendo che le cose non cambieranno di molto nel disco successivo o nei prossimi dieci.

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