Recensioni

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Esce su Def Jam, ancora una volta, l’undicesimo disco degli statunitensi The Roots, complesso “miliare” hip-hop, fondato nell’1987 dall’MC Black Thought e dal batterista/producer ?uestlove. …And Then You Shoot Your Cousin riprende in mano le sorti del complesso per un concept album di pregio, ma incostante. La partenza è riuscita: Theme From The Middle of the Night di Nina Simone come intro, poi Never (con il feat. di Patty Crash), che ricordano tanto le sonorità angeliche del Ghost Stories dei Coldplay quanto la malinconia delle produzioni di Adrian Younge per Ghostface Killah su Twelve Reasons To Die. La cifra stilistica rimane in superficie, si perde e non lascia il segno. Ma è solo l’inizio, perché di brani che valgono, nel disco, fortunatamente ce ne sono.

Il passaggio a When The People Cheer è gratificante: con i feat. di Modesty Lican e Greg Porn il livello si alza vertiginosamente, tanto nella strumentale, che nel rap dietro al mic: l’intro è affidata al piano – che nel disco ha un ruolo portante – poi entra sul beat Greg Porn in echo, col break di batteria a irrobustire la produzione; su Black Rock il discorso è diverso: al mic c’è Dice Raw – che in passato (dal 1995 al 2001) ha militato nel gruppo – mentre il pezzo scorre costruito sul sample psych-soul acido della band funk omonima (il brano originale è Yeah Yeah). Dice inizia fin da qui a primeggiare con disinvoltura disarmante, il che sarà una costante del disco, spiazzando Black Thought, cui inizia a crollare il terreno sotto i piedi e che entra sul pezzo lento rincorrendo il compagno per ristabilire le gerarchie (o almeno ci prova). L’hook debole è l’unica pecca di Black Rock: trasforma un potenziale capolavoro in un brano imploso e privo di appetibilità.

Rimane al mic Dice Raw e ritornano Greg Porn e la vertigine, per Understand: l’organo gospel e l’hook di sentimento ascetico, hallelujah!, – “People ask for god, ‘till the day he comes / See God’s face – turn around and run / God sees the face of a man / Shaking his head then says, ‘man’ll never understand’ “- ci fanno pensare a quanta poca cura ci sia stata in Black Rock da parte dei Roots e cosa realmente questo concept sarebbe potuto diventare. Ancora Dice Raw e Greg Porn su The Dark (Trinity) e le vibrazioni sempre nel verso giusto, con il piano che prende la strada dell’intimismo malinconico. Un pezzo fantastico, e qui le dissonanze non vengono più esibite, ma accolte nella struttura del pezzo. In questa posizione mediana c’è un vero dialogo fra spirito tradizionale neo-soul e la nuova carica sperimentale, cui la band sembra tendere da qualche disco a questa parte. In quattro brani emerge tutto quello che ha reso i The Roots “The world’s premiere hip-hop band”, tutto quello che rende questo disco godibile e tutto quello che i The Roots dovrebbero assorbire per determinare un nuovo punto di partenza.

Arriviamo invece agli aspetti negativi, che frantumano il piacere dell’ascolto. Per … And Now You Shoot Your Cousin, i The Roots hanno scelto di riempire i vuoti della scaletta con alcune sottospecie di skits, che in realtà tali non sono, e che per questo, nella loro vaghezza, perdono ancora di più il ruolo che ricoprono nelle sorti generali del lavoro. È il caso di The Devil, feat. di Mary Lou Williams, che si limita a definire il clima trascendentale del disco, in cui il conflitto metafisico tra divino e diabolico diviene analisi metaforico-introspettiva delle scelte esistenziali dell’essere umano. Questi trentotto secondi andrebbero anche bene, se fossero un caso isolato e non bissato più in là da ancora un altro psuedo-skit strumentale, che diviene l’emblema dell’album tutto. Dies Irae con Michel Chion non solo non ha una propria ragione compositiva, ma all’interno dell’album fa intendere quali fossero le reali intenzioni della band per il disco e quale sia stato invece il fallimento fondamentale. Scopriamo dunque che l’aspirazione mancata era di creare una sorta di hip-hop classico contaminato di spirito left-field. Un dialogo tra approcci, che sarebbe anche una potenziale strada per il futuro, solo che per ora un risultato soddisfacente è ancora molto lontano, e anzi ci si ritrova tra le mani un ibrido che non sa da che parte andare, che spesso punta sul sicuro e quindi esce vittorioso, vedi i pezzi di cui sopra, o che si avventura nell’ignoto senza bussola e senza convinzione, ma con molta spocchia.

In The Coming (con la vocalità non esaltante di Mercedes Martinez), si ripresenta il problema del fallimento nel conciliare classicità e avanguardia: ritorna il piano come elemento centrale della struttura del pezzo, nel mentre c’è la dissoluzione delle vibrazioni soulfully in un crescendo di dissonanze prog che nemmeno gli Yes, e che per lo più infastidiscono. A ulteriore conferma di una scarsa convinzione, ecco a fine scaletta, i due brani con feat. di Raheem DeVaughn. Il moralismo degli intenti e la denuncia pseudo-sociale si riflettono in un hip-hop privo di pulsione vitale-motrice, assolutamente impersonale e stagnante, che puzza di anonimato.

The Unraveling decade su una partitura di piano strappalacrime, una batteria arrugginita (che toglie al gruppo anche il suo lato caratteristico: il battito ritmico) e il mic. di DeVaughn, che quando canta “a man with no future, a man with no future” sembra davvero parlare di sé. Tomorrow è l’opposto: il piano si articola su un motivetto in allegria da pic-nic con tanto di fischiettìo e la storiella del solito DeVaughn che si risolleva solo sul finale à la Robert Glasper di Black Radio, in cui il singhiozzare della batteria trova il suo posto, il piano rinasce e Raheem si limita a sillabare a ripetizione (“now … / … now / …now”), compito che gli riesce benissimo.

Di … And Then You Shoot Your Cousin rimangono le prodezze dietro il mic di Dice Raw e Greg Porn, che mandano in pensione Black Thought, meno in forma del solito e ancora più appesantito che in Undun. Tre/quattro brani superbi e molto contorno, ma non abbastanza per costruire un vero progetto di rinnovamento per il futuro.

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