Recensioni

Il primo album dopo l'annunciato ritiro (ma che How I Got Over fosse l'ultimo disco firmato The Roots non ci credeva nessuno), il primo concept vero e proprio della carriera, annunciato dal buzz dell'ispirazione Sufjanana (e del cameo dell'uomo) e dalle anteprime video (in un b/n spikeleeano, firmate da Clifton Bell) che andavano a comporre una sorta di trailer riassuntivo dell'album (messo in streaming integrale poche settimane fa). Ecco l'ultima prova – in senso, ormai l'abbiamo capito, puramente cronologico – del sempre più esplicito ritorno alle radici della tradizione della musica black di Questlove e compagni, dopo le cover impeccabili del pur non irresistibile Wake Up! di John Legend e il ruolo come backing band per la cantante r'n'b Betty Wright.
Undun è programmaticamente speculare a How I Got Over: se lì si andava dal buio alla luce (forte ancora la suggestione dell'elezione di Obama), qui il movimento è opposto (la crisi ormai una seconda pelle), almeno dal punto di vista lirico e narrativo, essendo il disco il romanzo di deformazione di tale Redford Stephens (personaggio già cantatato da Sufjan Stevens in Michgan), che tra i bivi della vita e della lotta per la sopravvivenza sceglie la via del crimine. Musicalmente il disco è una colonna sonora soul (su tutti, l'inciso di One Time) molto melodica (quello di The OtherSide), dagli arrangiamenti orchestrali, con un piano spigoloso a dettare le coordinate essenziali (Stomp ruba il martelliio di I Need A Dollar di Aloe Blacc), spesso pericolosamente affine all'hip hop pop glassato di pathos di Kanye West (clamorosamente, Lighthouse).
Il risultato qualche volta riesce a unire in maniera fantastica appeal glossy e cuore vero, si veda I Remember, pezzo bellissimo, corale, fondamentalmente un gospel. L'impressione generale però è che per curare il concept (piccola nota: già in qualche modo esplorato da Plan B col suo Strickland Banks) e i testi-fiume si sia perso qualcosa sul piano squisitamente musicale, con qualche ripiego di troppo su lick tradizionali che rischiano di suonare troppo dei cliché di genere. Un po' triste poi il tentativo di fare un maelstrom musicale a simboleggiare la caduta di Redford nella conclusiva (terza parte del conclusivo movimento in quattro parti) nietzscheana (?) Will to Power.
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