Recensioni

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Molto semplice. John Legend chiama a raccolta i fidi Roots (ma anche James Poyser, Common e Melanie Fiona) per un lavoro che è puro disimpegno di classe: l’omaggio ai maestri del nuovo young american classic di turno.

Calligrafico e inappuntabile, sdilinquimenti di troppo a parte, John ribadisce la propria bravura di interprete soul e afferma la propria conoscenza e il proprio amore per la tradizione black, esercitandosi con Questlove & company su dieci pezzi che sono classici minori nel repertorio di giants come Curtis Mayfield, Marvin Gaye, Nina Simone e Bill Whiters (ma c’è anche il reggae di Humanity di Lincoln Thompson).

Belli e bravi, non si discute, ma manca quello scatto in più che renda la cosa davvero magica.

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