Recensioni

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All’inizio, diciamo per quei tre ascolti, resti perplesso e indugi.
Pian piano, invece, ti convinci che non ce lo meritiamo un disco così,
che è tutto fiato sprecato, ingegno al vento, trasporto comunicativo e
intelligenza produttiva di cui da noi si accorgeranno in quattro.
Perché tanto Erykah Badu è quella gnoccolona col turbante che sembra la
versione femminile di D’Angelo, che faceva nu-soul e
che vuoi che combini dopo undici anni sulla piazza? Un accidente, per
ricorrere a un eufemismo: dovrebbe fa pensare e mettere qualche puntino
sulle “i” che Baduizm ospitasse il contrabbassista jazz Ron Carter e The Roots sotto
il medesimo, stiloso tetto. Che da allora la Badu ha pubblicato un solo
altro “vero” album e che questo è il momento della verità. Capisci in
pieno le mosse di fa uscire nel 2003 un e.p. di quaranta minuti salvo
poi sparire a meditare: sullo Stato dell’Unione, sulle guerre in paesi
che l’80% dei tuoi concittadini manco trova sul mappamondo,
sull’uragano Katrina e la scomparsa di talentuosi amici. Quel che ne
deriva può essere un pamphlet critico su carta o parole che si
abbracciano a musica. Scandite, scagliate come sassi che tornano
indietro e riportano appiccicato un po’ del bersaglio che hanno
colpito. Parole di una nazione che dice “No” sotto un groove che
resterà nel tempo, come un What’s Going On consapevole dell’evoluzione dei linguaggi cui è affidato.

La Nuova Amerykahmaneggia fior d’argomenti pesanti, ciò nonostante fa filare il
contenuto sui binari di un’adeguata forma estetica moderna perché
attinge da una tradizione black “avanti” – mancano solo techno e house,
ma nel disegno avrebbero stonato – facendosi forte di uno stuolo di
collaboratori come Sa-Ra, Madlib, 9 th Wonderaccanto al team che accompagna la ragazza di Dallas dagli inizi.
Sapresti cosa attenderti, come liquidarlo con l’alzata di spalle
critica del disco “maturo” e piacevole, ma no, non va così. Lo afferri
fin dalla copertina funkadelicamente citazionista che l’aria tira forte
in ben altre direzioni. Si viaggia attraverso il tempo come in una
mitologia tipicamente nera e, al ritorno, si allestisce il “qui e ora”
con cascami e rottami meravigliosi del passato, gli scarti che vengono
ricontestualizzati, valorizzati. Non è forse nato così, l’hip-hop, da
necessità espressive accoppiate a visione e mezzi limitati? Certo, per
farlo devi conoscere la Storia, non solo della musica ma del tuo
popolo: interpretarne le speranze e i sogni.

E allora le tessiture sonore viaggiano disinvolte a connettere le epoche, dall’incipit Amerykahn Promise che sbuca dritto fuori da Mothership Connection dei Parliamenttra fiati tellurici, vocine satiriche e atmosfera sci-fi, giù fino al
(quasi) conclusivo, struggentemente atmosferico cosmic-soul jazzato Telephone (lo Stevie Wonder dei ’70 a modulare la voce sopra dei Portishead “davvero” negri). In mezzo c’è di tutto e tutto ottimo: battuta dopata dal rallentatore dub (The Healer/Hip Hop) o atterrata dallo spazio profondo (Twinkle, My People); florilegi fiatistici e fraseggio vocale anticamente jazz cui si leva la polvere (Master Teacher, Me); dolci aggiornamenti di errebì (Soldier) e incalzante blaxploitation (The Cell:
sbilenco e assurdamente orecchiabile cyberfunk con finale a cappella).
Altrove i territori sono incontrollabili, inseguono un hip-hop ibrido
progressista su tessiture ricche eppure bilanciate, intarsi produttivi
e acume appartenuto ai Geni che lo forgiarono nell’età d’oro. A
ribadire la progettualità accurata del “concept”, il singolo Honey– hip-soul di classe sconosciuta alle classifiche – giace relegato a
fine corsa come bonus, e dopo tante invettive sa di arcobaleno che si
mostra dopo la tempesta.

Che l’anima latiti
nel “soul” odierno è dibattito aperto e indagato altrove su queste
pagine: un disco superbo come questo dice la sua, persuadendo che
materia sonora e tematica debbano necessariamente essere adattate al
presente, perché la nostalgia perde valore se diventa mero revival.
Occorreranno tempo e ascolti di New Amerykah, Pt. 1: 4 th World War per collocare la questione nella giusta prospettiva. Intanto, black is beautiful più che mai.

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