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Proprio come The Black Dog, The Orb è una sigla che da qualche tempo sembra aver trovato il modo per tenere la barra dritta, lontana dai capolavori di genere che marchiarono con fuoco e silicio i ’90s, ma mantenendo con dignità il proprio posto nello scacchiere giocando di volta in volta con variazioni sullo stesso tema. Ma se per l’ultimo Ken Downie la rappresentazione di una Sheffield d’antan è la scusa per ripescare un’estetica profondamente artigianale e spartana, ad Alex Paterson (con Michael Rendall in appoggio) non sembra fregar più di tanto di andare a cercare in chissà quale scaffale della memoria o synth impolverato, preferendo accostarsi a questo veloce presente senza disturbarsi troppo per restare sul pezzo.

La prova in questione, Prism, è la diciassettesima di una discografia che ormai conosciamo a memoria, e a questo punto della storia è possibile inquadrare la proposta del progetto solo a patto di analizzarne esclusivamente gusto e ispirazione. Insomma, togliendo riferimenti ottocenteschi ed escamotage del caso, la cifra stilistica è quella e non ti sbagli neanche di mezzo millimetro, questi sono gli Orb di ieri, di oggi e, alla fine della giostra, quelli che sempre saranno. Prendi H.O.M.E high orbs mini earths da introduzione, che si presenta su partiture orchestrali ritrovate su qualche fondale per scivolare su un bel numero deep house che oggi potrebbe tirarti fuori un Fred P, la jam funk di Why Can You Be In Two Places At Once o il reggae sciallone col sole cocente in faccia di a ghetto love story. Si prende Blue Room di lato e la si scalpella, squarcia, seziona più o meno seriamente.

È materiale strarisentito ma che non perde di freschezza, ironia, potabilità (Tiger potrebbe essere una produzione gorillesca), di tagliare quel cordone Londra-Kingston non se ne parla neanche per scherzo, e anche quei messaggi strappati a qualche trasmissione radiofonica perduta (e c’è anche una poesia di Paterson) in fin dei conti paiono ormai accessori necessari a una narrazione in eterno levare. Viene appena meno quel senso di passeggiata campestre anzi i toni si incupiscono più del dovuto nel viottolo d’n’b di living in a recycled times e negli allunghi droneschi della title track – ma quella soffice nuvola aleggia sempre sulle nostre teste, il fumo non va via dai vestiti. Se questo è lo standard, mille anni di Orb. Le avventure oltre l’ultramondo continuano.

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