Recensioni

A proposito dell’approccio e delle modalità con le quali questo disco avrebbe dovuto prendere forma, Alex Paterson non ha avuto dubbi: dal minimalismo si sarebbe dovuti passare al classico massimalismo della casa. Così dopo due album su Kompakt – Moonbuilding 2703 AD e COW / Chill Out World! – che erano essenzialmente un affare teutonico e a due tra lui e Thomas Fehlmann, questa volta le cose vanno diversamente: «volevo far qualcosa con più musicisti, utilizzare più voci. Volevo più contributi in generale per creare un ambiente simile a quello in cui è nato il nostro primo album, Adventures Beyond The Ultraworld. Risultato: No Sounds Are Out Of Bounds è un disco che non sarà ricordato come la seconda parte di quell’imprescindibile debut, ma che piuttosto si rivela, ascolto dopo ascolto, come un prezioso manualetto d’arte orbiana fatto canzone pop/dub in due episodi (The End Of The Road e Rush Hill Road) e ben spalmato sull’imitato e imbattibile mix di fragorosi elementi per la restante parte (dub/techno spumeggiante, frizzanti reggae in levare, psichedelia a pecorelle, beffardi retro-avanguardismi con found voices radiofonici e campionamenti di animali, quel tocco d’umorismo punk riflesso sulle copertine degli amati Pink Floyd…). In pratica, tutto ciò che ha reso grande e gloriosa la casata, che quest’anno festeggia 30 anni di solida carriera (Tripping On Sunshine è del 1988).
Grazie al contributo del produttore (che non ha bisogno di presentazioni) Youth, ma anche di Roger Eno (fratello di Brian), Hollie Cook (figlia di Paul), Guy Pratt (bassista ma non solo …è anche comico e con il suo curriculum non si scherza affatto), dell’icona Jah Wobble (già in Blue Room), della voce instant vintage di Roney FM (che imita i vecchi broadcast della BBC, quelli che gli Orb campionavano negli storici dischi) e dei giovani e meno giovani vocalist, ovvero Brother Culture, Mary Pearce, Emma Gillespie, Rianna e non ultimo Andy Cain (lo stesso di I’m Your Brother e A New Day dei “Rounds”, deep garage firmati da Mark Ernestus e Moritz Von Oswald), quel che ci troviamo nelle orecchie – ancora con Paterson – è un «more English and less German sounding LP», con riferimenti e fascinazioni catturati ai quattro angoli del globo, musica che si prende tempi e spazi per maturare nelle orecchie dell’ascoltatore.
Lo fa riproponendo il classico secondo la tradizione Orb: effetti in levare, basso dub e narrazione vintage ufologica in I Wish I Had A Pretty Dog, oppure avvalendosi di un intreccio tra basso e pianoforte per mani di Wobble e Eno in Pillow Fight At Shag Mountain, con Roney FM a commentarci sopra come solo lui sa. Lo fa anche sperimentando qualcosa di non completamente nuovo ma che magari non ti aspetti sotto forma di electro boogie (questa volta con Youth al basso) che fa molto preistoria Dam Funk e Co. (Wolfbane), o con un’infilata di boom bap e sample dalle parti di Dilla e Madlib (Doughnuts Forever). Altro bel momento in scaletta è quello che tira in ballo un britannicissimo/telefonatissimo riff post-punk in zona Two Lone Swordsmen/PIL. È Other Blue Worlds che parte robusta per poi stemperare in un meditabondo commentario vagamente politico che ricalca il mood del precedente album COW (leggi incertezze, presagi, sentori di apocalisse, ecc.). Tutto poi conduce all’estuario di Soul Planet, 15 minuti di panoramica enoinomane con cascata di note al piano, bordoni celesti, short wave radio e le voci di dive house ad entrare e uscire dal mix, che a seconda di come le osservi sembrano intonare un gospel o un requiem.
Quando il pezzo s’ingrossa in una versione adulta ambient house per poi ritornare a dilatarsi e imbrunirsi, risulta chiaro che le avventure nell’ultramondo sono state sostituite da qualcosa di affatto idilliaco. L’effetto ecstacy dello Huge Ever Growing Pulsating Brain That Rules from the Centre of the Ultraworld si è stemperato in qualcosa che sa ancora brillare, e non nasconde le crepe di un mondo che ha perso la capacità di abbracciare l’altro da sé
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