Recensioni

7.2

Se la musica, come spesso si dice, è una sorta di portale spazio-temporale, allora ci giochiamo subito una descrizione per questo quartetto da Brighton all’esordio per Transgressive Records: immaginate la coralità anarco-punk degli Ex e le riottose rivendicazioni delle riot grrrls di metà 90s suonate in collaborazione con Slits e Raincoats con velleità free-folk e non sarete lontani dalla realtà.

Violet Farrer (chitarra, violino, voce), Nina Winder-Lind (cello, chitarra, voce), Kate Mager (basso, voce) e Ella Oona Russell (batteria, flauto, voce) sono al debutto ma hanno le idee molto chiare, sia su cosa suonare (e come suonarlo, ovviamente), sia su cosa comunicare. Centrale in questo lapalissiano titolo d’esordio è la costruzione di una nuova mitologia al femminile, selvaggia, libera e legata alla propria terra e al proprio ruolo. Non è casuale quindi che il messaggio che le nuove Eva vogliono lanciare sia ben chiaro da subito. “The New Eve is rising / From the pages of a burnt Bible” perché “The New Eve is curious and free / She eats what she wants to eat / Every fruit from every tree / She devours, guiltlessly”: queste le parole affidate all’opener The New Eve, sorta di manifesto del quartetto o “dichiarazione d’intenti feroce e viscerale” come la definisce giustamente il nostro Orazio Sturniolo.

Rivendicazione, fierezza, riconoscibilità, impegno civile, disobbedienza se dovesse servire, di sicuro non sudditanza né, tanto meno, subalternità. E per farlo, come dicevamo in apertura, scelgono le vie (molto ampie) del post-punk, quello tribale e politicamente engagé ma pure quello mischiato col folk più weird, con rimandi e suggestioni che nella loro multidimensionalità e stratificazione si snodano indistintamente verso il kraut, Patti Smith, Canterbury, le pastorali irlandesi o il folklore nordico. Tutto, rigorosamente suonato in maniera energica e totalmente libera, come un flusso che carsicamente può scendere e riapparire in pezzi davvero notevoli come Circles, Cow Songs o Astrolabe dove tribalismo, folk ballad, post-punk vibrante si (con)fondono e avvitano spesso e volentieri.

Le quattro definiscono la propria musica come “hagstone rock” giocando col doppiosenso della definizione e coi misteriosi rimandi del folklore che vede nelle cavità delle pietre la possibilità per le streghe di vedere il futuro. E se la pretesa è piuttosto ingenua, dato che il futuro è abbastanza grigio da essere visibile a molti (non a tutti, purtroppo), c’è da dire che il disco regge, i cali di tensione sono minimi e la forza delle quattro è davvero trascinante nonostante il tutto si collochi nel solco del già detto.

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