Recensioni

Jazz, pop, soul, country, rock. Le voci femminili non sono mancate. Talune diventate leggende. Ma se cerchiamo le musiciste ci si rende conto che – per effetto di un odioso sessismo che non risparmia neppure il mondo delle sette note – nella musica le donne sono una quantità esigua. Sull’eco di quanto fatto in modo particolare da Patti Smith – il cui esordio, Horses, 1975, era stato salutato dall’inglese New Musical Express come migliore di quelli di Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan – le cose in UK cambiano con l’avvento del Punk e in seguito della New wave. Raincoats, Au Pairs, Slits, Castrators, Mo-dettes, Adverts, Invisible Girls, Delta 5, X-Ray Spex, Essential Logic, e ce ne sono altre, sono tra le band ad alto tasso femminile che infiammano la scena britannica.
Siouxsie non suona uno strumento, ma senza di lei i Banshees non andrebbero lontano. Se così non fosse si battezzerebbero semplicemente Banshees. Allampanata, acconciatura vistosa, trucco pesante, abiti provocatori, Susan Janet Ballion in arte Siouxsie Sioux, come si dice al cinema “buca lo schermo”.
Siouxsie aveva fatto parte del cosiddetto Bromley Contingent, un gruppo di fan che seguiva i Sex Pistols in concerto, tanto fedeli da portarseli in TV quando la band di Johnny Rotten, il 1° ottobre 1976, venne invitata al Today Show, sul canale Thames Television, al posto dei Queen che declinarono l’offerta all’ultimo minuto. Una apparizione divenuta celebre perché suscitò scandalo, anche in seguito all’ostile reazione di Steve Jones a Bill Grundy, il conduttore della trasmissione che aveva inopportunamente dato appuntamento in diretta proprio all’allora bionda platinata Siouxsie. Il talk show decretò il fulmineo inizio della fama dei Pistols e l’altrettanto subitaneo declino della carriera di Grundy.
In un clima come quello che si respirava a Londra all’epoca, dove salire alla ribalta per un giovane rocker non dipendeva più esclusivamente dal sapere suonare, che Siouxsie prima o poi prendesse posto al centro di un palco era cosa quasi ovvia. Accade in occasione del Punk Festival organizzato da Malcom McLaren al 100 Club, nella capitale, il 20 e 21 settembre 1976. I Siouxsie And The Banshees sono lei, Steven Severin (che aveva conosciuto nel 1975 a un concerto dei Roxy Music) al basso, Marco Pirroni (futuro chitarrista di Adam Ant), John Simon Ritchie (a breve più noto come Sid Vicious) alla batteria. Suonano 20 minuti di medley – in sostanza The Lord’s Prayer che conteneva brandelli di Twist And Shout e Knocking On Heaven’s Door – che un A&R della Island Records commenterà così: “Dio, è stato orribile”. I Banshees si sciolgono subito dopo ma ricompaiono un anno più tardi. Nel 1978 ottengono un contratto con la Polydor, e al primo singolo, Hong Kong Garden pubblicato in agosto, centrano la Top 10 grazie a una insolita introduzione di xilofono e un ritornello da sing along dalla presa immediata che rispetto a quanto offre The Scream, l’album che arriva il 13 novembre, non trova seguito.
Siouxie: “Non dimenticherò mai che a Chislehurst c’era un ristorante cinese chiamato The Hong Kong Garden. Io e un amico eravamo molto arrabbiati perché ci andavamo e ogni tanto, quando arrivavano gli skinhead, la situazione diventava davvero brutta. Questi tipi entravano in massa e terrorizzavano i cinesi che lavoravano lì. Noi cercavamo di dire: ‘Lasciateli stare’. Fu una sorta di tributo”.
A questo punto i Banshees sono Siouxsie, Steven Severin, John McKay chitarra e sax, Kenny Morris alla batteria. E già al centro dell’attenzione sono stati ospiti delle Peel Sessions della BBC nelle quali hanno presentato, in due diverse occasioni, metà dei brani che compongono The Scream: Mirage e Suburban Relapse nel novembre 1977, e Overground e Carcass in febbraio dell’anno seguente.
Il suono dei Banshees è opprimente, dettato da una chitarra lancinante che innalza un muro di accordi ipnoticamente ripetitivi e avvolgimenti come una ragnatela atta a imbrigliare e togliere il fiato. Altra caratteristica peculiare la batteria che insiste sui tom ottenendo un effetto ritmico tribale, quando tutti i batteristi rock sono attaccati al rullante come alle loro parti intime. Poi un basso che pulsa come una vena quando la testa ti sta per scoppiare perché la tua vita è fiaccata da problemi invincibili alle tue fallimentari formule per risolverli.
E su tutto questo Siouxsie aleggia come uno spettro che non trova pace e rifugge consolazione. Una moderna sibilla che canta, tra visionarietà e onirismo rattrappito, il suburbio, lo sgretolamento sociale del Regno Unito, con voce che pare venire da profondità arcane, proiettata da un tempo lontano, passato o futuro difficile determinarlo.
Steve Severin: “È per questo che J.G. Ballard (nda: uno dei più importanti scrittori di fantascienza inglesi) ha risuonato così tanto in noi, perché tutti i suoi racconti del futuro prossimo sono ambientati in una bizzarra landa desolata di periferia. La periferia è un luogo in cui si può immaginare qualsiasi tipo di possibilità perché c’è lo spazio, non il disordine urbano. Questo è stato importante, sicuramente all’inizio, per guidare sia il nostro suono che l’immaginario”.
Metal Postcard (Mittageisen), anch’essa parte del lotto registrato per John Peel, ri-registrata in tedesco per essere pubblicata col titolo di Mittageisen come singolo (nel 1979, sul retro Love In A Void), e dedicata a John Heartfield (vero nome Helmut Herzfeld), artista dadaista legato al Partito Comunista tedesco e fervidamente schierato contro il nazismo, rispondeva al misunderstanding relativo a certa iconografia nazista (le croci uncinate) adottata dai punk e anche da Siouxsie, che ne pagò le spese risultando vittima, in Francia, di un assalto fisico da parte di ragazzi politicamente schierati a sinistra.
Spezzano la consistente unitarietà del presidio sonoro allestito da Severin, McKay e Morris la cover di Helter Skelter dei Beatles, più in omaggio alla legacy Lennon/Yoko Ono che al binomio che guidava i Fab Four, dato l’ascendente della giapponese sulla fiammeggiante scena rock femminile del momento, e l’artefatta macchinazione di Switch (“Mescolare le vite in categorie sbagliate / Incrociare i fili e fondere le scienze umane / (…) / Il vicario sperimenta ma è una bestemmia / Rifiutare il pensiero del progresso / Come il marchio del demonio, come il marchio del demonio”) che sul fondo dell’album, nella sua imprevista esondazione temporale – quasi 7 minuti – rischia di mandare in confusione gli habitué punk dei brani risolti in 180 secondi più o meno.
Il plauso per The Scream è grande, critica e pubblico uniti, e promuove i Banshees – la carismatica presenza di Siouxsie è la potenza che eleva al quadrato il valore della band – a competere per il rango di next big thing in ambito rock alternativo (poi c’è tutto il resto), e relativamente all’Europa poiché i dischi della band verranno stampati in USA a partire dal nuovo decennio. Il disco, inoltre, strega una generazione di fan che produrrà musicisti in abbondanza, desiderosi di rendere omaggio o pagare tributo, a tempo debito, agli ex del Broomley Contingent. Membri di Joy Division, Cure, Soft Cell, Everything But The Girl, Smiths, Primal Screams, Massive Attack, Killing Joke, Big Black, Sonic Youth, Jesus And Mary Chain, Faith No More, Garbage, da una sponda all’altra dell’oceano, sono tra questi. Un incontrovertibile giudizio che vale su tutti.
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