Recensioni

Da tempo il nome di Thalia Zedek evoca il sapore vivido e ruvido del cantautorato, quello che da Dylan, Young e Patti Smith arriva ai giorni nostri badando poco alle tendenze, spezzando la quotidianità con la semplice presenza. Quell’esserci fatto di scrittura e musica che Zedek mette in ogni suo album e al di sopra di tutto. Un nitore acre che ci aveva già illuminato con l’esordio solista Been Here and Gone (da poco ristampato in vinile da Thrill Jockey) e che oggi prosegue sulla scia del resistente Fighting Season dismettendo le armi per fare il punto della situazione.
Accompagnata dai fidati Winston Braman (basso), Gavin McCarthy (batteria) – ex Karate e attuale compagno di band negli E – e David Michael Curry (viola), Zedek torna a raccontare a cuore aperto, senza alibi e nondimeno pudori, l’esistenza qui ed ora, con la consapevolezza dello sguardo – quel Perfect Vision del titolo – duro come una diagnosi sull’attualità con cui confortarsi, ma anche una vera e propria anamnesi esistenziale. Un percorso che vuole trovare strade per uscire da un periodo buio, quello contraddistinto da liberismo sfrenato, razzismo sistemico e politiche controverse. Uno sguardo sull’America post sbornia trumpista per tornare a tempi migliori con una rinnovata consapevolezza.
Elementi che utilizzano classicismi come ancora per le parole, come nel sentito west coast di Cranes o nei malinconici anthem rock di From the Fire (splendidamente puntellato dalla tromba di Brian Carpenter), Overblown e Revelation Time, o ancora nelle ballate agrodolci come Remain. Sentimenti forti che si raccordano in scintille ancora più potenti, come nel denso drammatismo à la Dirty Three di Smoked e Tolls (con l’ottimo tocco di Helen Money, al secolo Alison Chesley, a pianoforte e violoncello), nel racconto della difficoltà di galleggiare in un mare fatto di incertezza e paura di Binoculars (tagliata ad arte dal piano di Mel Lederman), o nel sostenuto indie rock in odore degli E di Queasy, un urlo contro l’ignoranza e l’intolleranza che da sempre avvelenano la quotidianità dell’America.
E non mancano preziosismi come le schegge di blues à la Come in Remain e il pregevole climax à la Pulp dell’inciso di The Plan; brano, quest’ultimo, che sottolinea perfettamente la fattura schietta ed efficace di un disco che non utilizza diversivi per indorare la pillola. Del resto, proprio come la Nostra canta nel brano, «This is no lucid dream / Where you can fly away / To safety…».
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