Recensioni

7.1

Sono più di vent’anni che la ascoltiamo, da oltre dieci anche in veste solista. Ed è sempre la solita storia: codici rock elettroacustici 70s in una luce intensa 90s, cercando con tutta la forza possibile, tra malanimo e intensità, una propria via genuina. Casomai questa formula possa ancora avere un senso oggi, lo avrà grazie alla voce e alle caonzoni di Thalia Zedek. Che torna un lustro dopo il buon Liars And Prayers, nel solco di quello e dei precedenti, di un rock narrativo che fa perno sulla voglia di scavarti dentro un buco per depositarci rabbia e languore, orgoglio e tristezza.

Quello che impressiona in definitiva di questo disco, il quinto a suo nome, è l’eccellenza della norma, la capacità di girare attorno ai soliti elementi con lancinante padronanza, tanto che le canzoni escono belle a dispetto della prevedibilità. Convincono da un lato la frugalità intimista e combattiva di In This World e Walk Away (il cuore in mano tra fantasmi Faithfull e Patti Smith), dall’altro l’impeto aspro di Straight And Strong e il crogiolo scabro di Lucky One. Anche quando la trama si fa più strutturata non ti allontani mai dal sentiero principale, vedi i residui post che incatramano Get Away, oppure quella Winning Hand che volteggia misterica e arrembante tra evoluzioni di violino e apprensioni jazzy che sembra quasi un amischia tra Dirty Three e Jefferson Airplane.

Non introduce svolte, la bostoniana, semmai affila la lama e pazienza se è più ruggine che metallo ormai. Del resto, si sa, la ruggine non dorme, semmai cova inquietudini younghiane (la malmostosità sparsa di Go Home) che corrodono i blues fino a farli avvampare noise (il crescendo scompaginato e liberatorio di Want You To Know). Dieci anni fa mi è capitato di sentirla alle prese con una convincente rilettura di You’re A Big Girl Now: era una chiosa perfetta già allora, lo è ancora più oggi.

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